sabato 5 agosto 2017

LA FUGA



Il cancelliere della corte si avvicinò al giudice per informarlo che entro trenta minuti la giuria avrebbe notificato la sua decisione. “Gli indigeni sono irrequieti”, commentò uno degli uditori giudiziari, mentre gli avvocati si stavano già riunendo ai loro clienti e, aggiustandosi giacca e cravatta, si preparavano ad affrontare più tardi la stampa.
Sono morti e sepolti. “In senso elettorale”, si affrettò a precisare uno dei deputati presenti in aula.
Il parcheggio privato era ad un mezzo isolato dal tribunale, accanto ai grattacieli del River Come Si Chiama. Gli abitanti della città fumosa, i così detti affumicati, non ci capivano molto in fatto di river, di street e di drive. I nuovi arrivati erano naturalmente i più interessati, così che, spinti dalla curiosità, se ne andavano in giro per la città giudiziaria senza maschera antifumo, come dei turisti. 
Rifugio dei senza tetto, erano spesso le luci ai vapori di sodio, perché restavano accesi tutto il giorno e vi venivano collocati gli scatoloni di cartone e i materassi semi squartati sui quali dormivano i miliardari in fuga dal fisco o di passaggio. Gli imputati meritano la loro punizione. Ne sono convinti tutti i colpevolisti ovviamente, ma gli innocentisti la pensano diversamente. Dicono che ci sono più innocenti in galera, che tra i cittadini a  piede libero in circolazione in parlamento, in fabbrica, in chiesa, in caserma, a scuola, in tribunale o ai giardinetti pubblici.
Apparentemente. Perché tutti in qualche modo hanno a che fare con la legge che regola i rapporti tra le varie bande, i partiti, i club, le cosche e le famiglie.
La grande casa d’argento, era la regolatrice, la sede della Legge, più che il tribunale che pure – seppur mentendo - esponeva la targa dell’eguaglianza. La casa d’argento era quella in mezzo ai due grattacieli più alti della città giudiziaria, costruiti in oro massiccio, e lì – in quella casa costruita invece in argento in mezzo all’oro per dare meno nell’occhio - alloggiava con la propria famiglia e i propri collaboratori, il gran Capo, il capo della città fumosa. La casa d’argento costituiva, di fatto, la Reggia della città e il più grande contenitore cittadino di cenere. Gli organi di polizia, i giudici e gli operatori giudiziari, avrebbero voluto che il giudizio delle giurie non fosse classificato sempre “errore” dalla corte successiva, perché non è che avessero molta voglia di lavorare sulle cartacce, però la vita delle corti dei vari gradi di giudizio dipendeva dall’errore delle precedenti, altrimenti gli operatori giudiziari delle tante corti si sarebbero ritrovati disoccupati o costretti ad andare a lavorare da qualche altra parte, dove si lavorava magari sul serio e non si fingeva di farlo come in tribunale, in chiesa, in parlamento, in caserma, eccetera eccetera eccetera.
Per questo, più in alto ancora della targhetta sull’eguaglianza della legge, che non era vera, spiccava quella sull’errore, coniata dai latini, che era invece verissima.
Il problema era semmai il senso unico, cioè quando si sbagliava a senso unico come gli arbitri in certe partite di calcio.
E poi, nella città del fumo era obbligatorio esporre il divieto di fumare: adesso si fumava di nascosto, perché non si era rinunciato ad avvelenarsi con la nicotina che, in fondo, rispetto altri veleni cittadini, risultava forse il veleno più innocuo.
Ma la moda era questa. E la moda è la regola più inflessibile della legge. Nel corso delle riunioni giudiziarie, fumavano per lo più con il pensiero (e forse per questo la città era così fumosa nonostante il divieto), dato che cerebralmente non servivano neanche i pacchetti di sigarette e si risparmiava un bel po’ in fatto di dollari e di nicotina.
I pensieri andavano perciò in fumo continuamente nelle aule giudiziarie e i giudici li inspiravano ed espiravano tranquillamente, restando alla fine – quando ogni tanto i fumi si prendevano un pausa di riflessione - a bocca aperta, non tanto di fronte ai verdetti delle giurie, quanto per la mancanza di quei pensieri andati in fumo e pertanto fumanti, che per loro costituivano ossigeno vitale. Si appoggiavano per lo più sulle portiere delle auto, simbolicamente, quando usavano l’equivalente dei convenevoli e la paranoia riempiva di paura le aule giudiziarie come un pallone gonfiato pronto a spiccare il volo appena liberato dalla zavorra del giudizio. Neppure agli aeroporti si respirava quell’aria fumosa e opprimente di volo in lista di attesa.
Tutti affermavano di aver sbagliato. E’ la scusante più in voga, di più largo consumo, il luogo comune più gettonato negli uffici giudiziari dopo le sentenze e nelle camere da letto dopo la scoperta degli adulteri.
I viceprocuratori aggiunti siedono sempre dietro scrivanie piene di carta straccia fino al limite della loro capienza, e i giornalisti, che con la cartastraccia avevano forse maggiore dimestichezza, facendo quel loro lavoro di ricerca certosina di notizie li avevano scoperti mentre sistemavano gli ultimi scheletri del loro superiore, il procuratore o il vice titolare, cercando ostinatamente di farli entrare a forza in armadi giudiziari strapieni. Ma alla procura il lavoro giudiziario più faticoso, sia per i viceprocuratori e gli aggiunti, e sia per i giornalisti, era la sistemazione regolare e allineata tra loro.
I colpi di sole erano molto rari negli uffici giudiziari a causa dell’ombra in vigenza e dell’aria soporifera che si respirava mano a mano che quel poco di cervello si addormentava al suono tedioso delle parole d’ordinanza e dei rituali della domenica e del sabato sera. Peggio che in chiesa, si chiudono gli occhi per entrare in contatto con il proprio intimo, con le proprie interiora. Ma non tutte le parole, gli atti, le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e in genere gli scritti giudiziari, fuggivano di sana pianta in originale. A volte se ne facevano delle copie per la fuga, che sembravano allucinazioni spaventose nei pensieri sbiaditi che scomparivano nell’oscurità più fitta e tenebrosa.
Avrebbero voluto dare una lunga occhiata al volto delle notizie, a quello più segreto, ma non sempre era possibile. Essendo la corrispondenza secretata e tutti gli atti d’ufficio vincolati al segreto giudiziario, non si capiva cosa ci facessero i media nel tribunali e nelle procure. Questo però se lo chiedeva soltanto chi non aveva mai sentito parlare di “fuga di notizie”, che fuggivano da una scrivania all’altra, come sussurri, improvvisi sbuffi d’aria o carta velina strusciante, durante gli orari d’ufficio.
“Qualcosa di interessante?”, chiedevano i cronisti della nera mentre attendevano la fuga giudiziaria. “Adesso veniamo a prendervi e a riportarvi dentro, figlie di puttana!”, gridavano dall’esterno i benpensanti rivolgendosi alle notizie in fuga. Ed ecco arrivare, puntuale, il Garante.

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