venerdì 10 marzo 2017

UN AMORE DI TESTIMONE



 

 
Film standard e di routine hollywoodiano, ottusamente a reiterazione e ricalco del cinema “brillante”   dei tempi che furono del contesto primate delle copie conformi e dei ricalchi e che sistematicamente immutabili ritornano.
Tom è il tradizionale signor Pincopallino, sgorbio, pinocchietto, mostriciattolo, maschilista pupazzetto in e a carica, assai affascinante secondo il grado di giudizio delle scimmie e scimmiette sperimentali del mondo simulato.
Ovviamente egli  è un ricco gaudente occupato, secondo i Tolomeo della critica bassa primate,  “a sciupar femmine”, nell’osservanza di precise regole che si è imposto: non va mai due volte alla settimana con la stessa donna e non richiama mai una nuova conoscenza nelle prime 24 ore.
Tom non si è mai innamorato ed è allergico al matrimonio fino al proprio scontro con la regola madre del filmato, ossia fino a quando non scopre di essere perdutamente innamorato della sua migliore amica, Hannah, da dieci anni suo fedele rifugio di dolcezza e comprensione.
Naturalmente la scoperta avviene quando Hannah, in procinto di sposarsi e di trasferirsi in Scozia, gli chiede di farle da “damigella d’onore”.
Un amore di testimone, in originale Made of Honor, tanto per accrescere l’assoluta mancanza di umana creatività e -  attraverso la reiterata gestualità scimmiesca hollywoodiana - reiterare il vecchio, vecchissimo adagio secondo il quale non si apprezza  una cosa o una persona fino a quando non si rischia di perderla,  con una scopiazzatura a ruoli invertiti del più recente film-bufala “matrimonio del mio migliore amico”, s’immola festosamente sull’affollatissimo altare delle boiate più popolari e clamorose di Hollywood.
Nel film di Paul Weiland non manca nulla del classico triangolo, soprattutto la noia. Feste in maschera,  l’attraente Hanna(Michelle Monaghan), Tom il  newyorkese e lo scozzese Colin.
Purtroppo i tempi di attori come Gary Grant e James Stewart sono troppo lontani e stantii per riproporli oggi senza danni, e i risultati disastrosi dell’ennesima scopiazzatura investono il grande schermo praticamente e dannosamente reiterando  se medesimi quali risultati disastrosi.
Accade, allora, che là dove la sceneggiatura si perde, la scimmia e la propria cultura gestuale trova un suo quid di gestuale immagine che, abbandonati il sex e la city, si espande nelle verdeggianti lagune scozzesi i cui Vuoti a perdere rispetto ai colleghi degli Usa e getta americani, si perdono secondo le proprie secolari tradizioni in un saporoso profumo esotico ricco di solfa e di rovinoso marciume.
E il film, già traballante, a questo punto si sbraca letteralmente mettendo fine al già precario equilibrio, prolungando l’agonia recitativa di un Patrick Dempsey imbalsamato nel ruolo dello sciupafemmine d’oltreoceano e, come una altrettanto esotica mummia egizia, pietrificato nel controllo della mimica facciale tanto da apparire più un oggetto da museo o da mausoleo cinematografico, che un uomo simulato perdutamente innamorato della sua migliore amica la quale, bellissima, resta nell’ombra salvo una breve apparizione in mutandine e reggiseno in onore del sex e della city.
E tocca infine al pubblico pagante simulare, acquistando il biglietto di accesso in sala, che il film meriti di essere visto. 
 

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