venerdì 6 gennaio 2017

EPILOGO



 
 


Così il problema è risolto dall’esito dell’indagine. Ma il problema rimane.
Essere o non essere. E’ la scelta di tutti, morire, dormire…nient’altro?
O forse morire, dormire…per nascere. E, nel risveglio, prendere, le armi della Mente, contro la morte del sonno, per non più sognare di vivere…ma vivere!
Dormire, sognare. morire…per poi annientare il cancro e l’ingiustizia dell’oppressore, per non più vedere il ghigno dello scemo, il teschio corroso dalle ragnatele della terra che si annida sotto cuori della fede; e quale stronzo potrebbe ancora dire “Io credo”, se il credo è spazzato via con il soffio della prima luce, perhè l’aurora è già il giorno?
Aprire gli occhi, ecco questo è il vedere. E ascoltare il vento della folgore che percuote i silenzi ; nessuno è mai tornato dal Paese non ancora scoperto? Nessuna copia, nessuna scimmia, nessuna bestia, nessun primate complesso predisposto ad evolversi in essere umano ma poi involutosi e degenerato in semplice primate incapace di intendere e di volere, scimmia che parla parla e parla e scorreggia scorreggia scorreggia baubaubaublablablablaterando, baubaubaublablablascorreggiando , è mai tornata dalla lava della propria tomba? Ma l’Uomo si, l’Uomo è tornato.
Tremate dunque per l’epilogo; i suddetti, i summenzionati, i suindicati, i subhandicappati, le surripetute copie conformi rivestano il tremore, le ossa del morto, come se la resurrezione della carne le colpisse nell’animo che per esse è appena un  riflesso…un pallore d’inchiostro.
Morire, dormire…nient’altro? Per gli idoli di cenere, per i campioni di coccio , per gli zappatori delle fosse, per i sotterratori del pensiero, per i seminatori d’ingiustizia, per gli edificatori della pietra, e per quei saltimbanchi di gomma che rimbalzano come palle sotto la piramide nell’ultimo volteggio che sia l’infimo cerchio del circo della fine, la risoluzione sarà una quietanza di fuoco.
La scelta della riemersione è resa finita dalla quiete malsana della massa, che le penose memorie di ciascun sasso convertono in un duro sonno, in cui regna l’inerzia governata dall’assassino, dall’imbecille e dal prete, e dove le giovani membra riposano più vecchie dei vecchi…perché l’ultima reazione della corteccia del male ingoierà le proprie zolle.
Stridete denti, gemete cuori, ingozzate con le putride sembianze la voragine dell’epilogo! Il fuoco, l’ho detto, è la scelta: la mia vendetta sarà il giudizio della formula.
Come lo stupore della contemplazione assoluta fissa l’occhio del cieco, così rimbalza inerte l’ecografica visione, riunita inscindibile in un’unica sembianza del principio e della fine, che in mani scellerate, relative, lo scienziato ricercatore stringe, e quale nero gagliardetto  sventola ai fratelli cecati: ehi gente, è la relatività del nulla ! Pensate la scoperta, il progresso, l’energia, lo spasso, la conquista…
Che stupefazione è l’andare spensierato sotto i quieti cipressi della pace, sferrando calci fraterni ai teschi; e poi giocarci a rimpiattino per prepararsi al volo della morte!
Sulla croce di legno, giovane carne mescolava rosso sangue e martirio con due briganti che non erano capi, ma come me servi.
Dove sono le ali? Il palpito di un fuoco scintilante cade; quale precipitoso vento spinge i passi della sabbia!  Può mai il cammello del deserto attraversare la cruna dell’ago?
Eppure quella porta è un breve passo , afferma l’utopia del vestimento, mentre ricama le gobbe della demagogia che non passano il setaccio: ce n’è per tutti, gente, non bisticciate, l’idiota grida idiota all’idiota!
E piange, perché il cammello senza quelle gobbe non sarebbe più un cammello, ma un’altra cosa, per esempio perfino un sottile segmento raddrizzato , a mai quel filo di luce che trapassa cruna e cammello…L’utopia del campione è, perciò, quella del ricco, che è ricca utopia, e come tutti i ricchi è bocciata non per via dei soldi, non per i denari gente, ma anzi perché essa è povera…di mente.
Che volo è quello che scava la notte come un pipistrello? Nel silenzio ricurvo opacità di candelabri, puzzo di incenso e di corvi, volteggio di avvoltoi…tutti siedono con facce pietose scolpite dai sorrisi dementi. Dove sono gli occhi? Non ci sono più occhi, solo budella, interiora spalmate come maionese nel piatto più ghiotto.
Così il governo concerta quella certa assemblea dei vermi: gli assassini, i briganti e i terroristi allevati dall’immunità del parlamento, banchettano; e non serve che alcuni di essi digiunino, a volte per penitenza, spesso per farsi belli, a volte per protesta, come se essi non costituissero, con il proprio partito, il piatto diverso di un unico pasto.
Dove sono gli occhi? E dove sono gli orecchi? l’Appello della Rivoluzione della Vita pone la domanda estrema, alla quale non vi è esperto, o ministro, o scienziato, o sociologo, o psicologo, o sinistro profeta, o comunque autorevole asino, gran primate scorreggione baubaubaublablablablaterante privo di testa e di cervello che pensando ed esprimendosi col culo, possa rispondere.                              
Che gli eserciti lascino trascorrere i termini, e diano poi a ciascuno quel che è suo, in modo che l’ingiusto abbia la sua ingiustizia, il morto la sua morte, il dannato la sua dannazione, il promotore di inferni il suo inferno, l’infetto la sua infezione, il tossico la sua droga, ma il giusto abbia la sua giustizia!
Il diritto di esistere è dato agli angeli, ai solari, perché essi lo diffondano a tutte le genti.  Colui che ha energia e ragione venga allo scoperto. Gli altri continuinino a strisciare il percorso del verme , dove non vi è anfratto, fossa o nascondiglio in cui trovare riposo: gli eserciti li staneranno come vampiri dalle tombe, trafiggendoli con la croce di luce!
Che fare poi del cadavere, se non mescolarlo alla cenere a cui esso è affine? Il corpo è con la mente, ma la mente non è col corpo ed è una cosa buffa : il suo buffone gli fa da specchio e da pelle nel cerchio della terra.
Ripetete dunque con il falso principe che sarà uno spasso vedere l’ingegnere saltare per aria con il petardo da lui stesso fabbricato.
Le polveri dell’atomo provocano il rimescolio angoscioso della demenza; i dementi che ridono lacrimeranno sulle proprie macerie…ed è una cosa buffa vedere il verme imperatore della Terra, e tutti che ingrassano e s’ingrassano per la sotterranea nobiltà di quell’impero.
La storia dell’arte già ne esalta le tortuose viscere, la frazione è diroccata e la madre-massa spreme il buco e scorreggia nel loculo dell’altare della patria.
Vaffanculo arte della Terra…il tuo orripilante sgorbio è più sgorbio del buffo: perfino il coccodrillo ride tra le lacrime.
E’ vero: un passo soltanto vi è tra l’empio e il sublime; ma un passo insidioso come un trabocchetto che fa delle cosa buffa una…cosa buffa in gabbia, perché il sublime è la trappola.
Quel passo non è per gli echi ne per le zampe del  primate poeta della terra, scimmia ammaestrata nel chiuso, nello studio, nel cesso, che pure a taluni sotterrati pare perfino alata per quella misteriosità del relativo che è insieme una economia e uno spreco: in fondo, anzi il fondo di quel passo che manca, è un buco, un vuoto…il culo della mente.
E’ proprio lui il passo dell’assenza, il venditore della professione, il teologo, il maestro del botto, lo scienziato del rivolgimento, il giornalista, l’artista,
il politico, il qualunquista sociale il quale offre la sua mercanzia con quella entropia che, rigurgitando ogni rotta fessura, diviene quella cultura sciacquiettando e ingrassando lo sterco…
Nessuno che abbia messo la mano all’aratro, e poi riguardi indietro, è adatto al regno di Dio.
Perciò a te, scimmia - a te copia conforme, che non ti riesce di osservare l’imperioso ordine della Regina Madre Iddio di suonare a festa…a vita(!), le campane della vita,  perché tu le campane ce l’hai alle spalle e non innanzi a te, nel sole, e le campane, le tue campane,  le suoni a morto per le mortali funzioni dell’usurpatore, l’antiscristo, la morte – lascio il rammarico di non pote  suonare le funeste trombe e le pernacchiose voci dei credo e delle fedi in ciò che è male evidente, manifesto, lampante, l’albero dei frutti velenosi, il Male perfetto in cui  tu, scimmia ammaestrata, copia conforme, per fede devi credere e credi  sia invece il bene, e buono sia il suo veleno e buoni i suoi velenosi frutti. E ti lascio il rammarico di non poter ascoltare il fruscio sordo, spernacchioso e spernacchiante dei gornali e dei libri della scimmiesca menzogna e il nauseante vagito  rigettato dalle televisioni delle bocche di culo che parlano parlano parlano  baubaubaublablablablaterando, per il rigurgito estremo che nessuno di voi potrà mai ascoltare.               
Quale spettrale speaker , assumendo l’aspetto sommesso della confessone, potrà annunciarvi che la terra ha divorato se stessa?
Io sono la Luce che dà Vita ai mondi.
Io amore? Io vago amore?
Nelle tue orazioni non ricordare più quei miei peccati che il falso principe, l’anticristo, il falso maestro,  ti suggerisce.
La pallida cera del pensiero è consumata solo per te.
E’ la tua notte, idiota, che finisce, il tuo tempo che è polvere, la tua ora che è arsa dalla fiamma vaga di una candela.
Aprire gli occhi, vedere, udire e…capire!
Ecco…questo è l’Amore. Ma il tuo suicidio è quello della Morte che ti suggerisce ogni cosa: il mondo delle scimmie è trascorso, la Terra verrà liberata e il tuo tempo è qui che finisce.  
Vai, tenebra, vai ombra, vai notte, non servi più a niente: tra poco sorgerà il sole.   
 
 
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