giovedì 29 dicembre 2016

CARPE DIEM IL VANGELO CHE VIVE: PRIMATI COMPLESSI E ANTROPOLOGIA

 
CARPE DIEM IL VANGELO CHE VIVE: PRIMATI COMPLESSI E ANTROPOLOGIA
Domanda: come possono i primati complessi occuparsi di antropologia, in particolare di antropologia culturale, e trovarla o credere di trovarla utile perfino quale lavoro in ambito di cooperazione internazionale tra primati complessi, senza sapere di essere dei primati complessi e non esseri umani?
Risposta antopologica:  semplicemente essendo se stessi, cioè primati complessi e ignorare di essere primati complessi, scimmie idiote che parlano e parlano e parlano…parlano parlano parlano e baubaubaublablabablaterando simulano, credendolo, fingendolo, ostentandolo, di essere persone umane e non meri primati complessi; ragion per cui possono tranquillamente anche simulare, credere, fingere e ostentare di essere degli antropologi.
Materiale di ricerca raccolto via internet.
“Ramona de Virgilio è un’antropologa  che si muove tra Fondi (LT) e Islamabad.
In insight riflette sulla pratica etnografica e sul diario di campo come suo strumento privilegiato.
E dal suo primo campo, eccola seguire diverse esperienze che l’hanno portata alla cooperazione internazionale, passando per un mondo lavorativo che ha tutto fuorchè la parvenza di un ambiente professionalizzante.
Un percorso fatto di passione ma anche di disincanto, che racconta quanto l’antropologia sia utile in contesti molto differenti tra loro, in apparenza senza comunicazione e senza sbocchi concreti.
E che in fondo dice molto di chi è l’antropologo: qualcuno che si vuole spingere oltre per raccontare la realtà, senza demordere “.
“Mi chiamo Ramona e sarei un’antropologa. Il condizionale per me è d’obbligo perché antropologa lo sono sempre stata ma, conseguita la laurea, ho prima intuito e poi compreso a pieno di possedere un titolo che dà accesso pressappoco al nulla. Sarei un’antropologa, se fosse un mestiere.
Per gradi: sono stata una bambina tremendamente appassionata di lettura e scrittura, campionessa di gare di grammatica, rime e poesie, per poi diventare un’adolescente particolarmente attratta dalla logica matematica e scientifica: una persona scolasticamente completa, all’epoca, che avrebbe affrontato realisticamente ogni tipo di studio universitario.
E ho finito per studiare antropologia che, dal mio punto di vista, riflette assolutamente quel temperamento polimorfo e cangiante che mostravo dalla notte dei tempi.
Ho conseguito una laurea triennale in antropologia, poi una specialistica in etnoantropologia (Roma, La Sapienza), quando ho iniziato a guardarmi attorno alla ricerca della possibilità di inserirmi nel magico mondo del lavoro, smaniosa ed impaziente di raggiungere la fantomatica indipendenza, per la quale mi sentivo in età.
Intorno era il buio, avvolto dalle maledizioni di amici e familiari per le mie scelte dissennate e stolte.
Neppure il profitto ricavato dalla pubblicazione del mio primo libro a seguito di una ricerca di campo in una riserva d’Indiani d’America, poi testo d’esame per un corso universitario, ha illuminato le ombre nella grotta: pari a zero, secondo le italiane regole dell’editoria; pari a mille la delusione di essermi sentita un’antropologa tra gli innumerevoli disagi del primo campo, in territorio non poco difficile, e al tempo stesso non esserlo, non per il resto del mondo.
Dopo tutto ancora oggi, a raccontare a qualcuno la mia esperienza di vita riesco a leggere quell’enorme punto interrogativo, come un fumetto sopra la testa dell’ignaro ascoltatore, che alla parola “antropologia” ha strabuzzato gli occhi e aggrottato i sopraccigli.
Nell’amarezza della disoccupazione ho cercato di condire di concretezza i miei studi: mi sono iscritta a un master Studies, dopo aver misurato con mano che un laureato in antropologia risulta idoneo per l’accesso a tre o quattro master in tutto in Italia – e continuo a domandarmi chi stabilisca, e con quale scellerato criterio, requisiti minimi ed equipollenze a seguito.
A fatica ultimata, e a spese fatte, quando tutti i miei colleghi di master erano in partenza per l’agognato stage cui il corso di studi dava diritto, presso Ong varie sparse per il mondo, l’antropologia mi ostacolava il percorso: meglio un economista, un esperto di relazioni internazionali, uno scienziato politico, addirittura un quasi-avvocato o per finire un geografo, ma di un antropologo le Ong non sapevano che farsene. Che fa un antropologo?
Poi scoprirò che fa il caffè a un capo disgraziato e scorbutico, Country Representative di una Ong romana in Honduras (tra le varie filiali) che nel tempo sarà travolta dalla crisi-prima-della-crisi e fallirà. Ma poco contava, perché col capo matto avevo litigato alla centesima richiesta pessimamente posta di preparare il caffè – della serie: “Ramooona – da un piano all’altro dell’edificio – daje co’ ‘sto caffè, te devi da mette’ a dieta se pe’ fa’ du’ piani te ce vo’ tutta la mattina“.
Ero una stagista rampante, fantasticavo ancora di avere diritto di replica, avevo ancora quel fuoco dentro che arde negli animi giovani e li accende di ribellione. Lo mandai al diavolo giocandomi la possibilità di un futuro nella Ong – alla notizia del fallimento della quale, ho realizzato che imprecare plurali sciagure a volte funziona, e che la vita riserva per ognuno il trattamento che si merita.
Di ritorno dall’Honduras, dopo essermi dedicate a varie ricerche autofinanziate in Centro America, ho tentato infruttuosamente la via delle Ong: qualsiasi vacancy richiedeva una pregressa esperienza nel ruolo. Esperienza che, allorquando non si ottenga iniziando a lavorare, non può essere raggiunta in alcun modo.
Ho fatto due cose intelligenti, ai tempi: ho sostenuto tutti gli esami necessari per insegnare nelle scuole, non che rappresentasse una possibilità concreta di lavoro, né allora né oggi – ma mi sembrava una piccola porticina socchiusa; e poi ho ampliato gli orizzonti, dai corsi di guida e allestimento museale (Provincia di Pescara) a quelli per l’accessibilità universale (Università di Siena), cosicché ho allestito diverse mostre, ho lavorato in un museo etnografico a Pescara, collaborando con una cooperativa ho messo su un museo della civiltà contadina nel basso Lazio, tra supplenze, lezioni private, co-fondazioni di associazioni artistico-culturali, part-time nei call centre, viaggi ai quali non ho rinunciato, pubblicazioni, altre ricerche antropologiche autofinanziate e la costante esplorazione del significato del mio “essere nel mondo” coniugata con il voler essere “altrove”. Un altrove molto vago e generico.
Oggi lavoro in Pakistan come Country Director per una Onlus romana e coordino un progetto di sviluppo (per la cancellazione del debito) interamente dedicato alle donne di un villaggio nel Khyber Pakhtunkhwa (KPK), ex North West Frontier Province (NWFP), alle quali sostanzialmente insegniamo a realizzare prodotti in mosaico di marmo.
Al villaggio abbiamo tirato su un centro polivalente dove teniamo i macchinari per la lavorazione del marmo, un’esposizione permanente dei prodotti realizzati e i corsi di formazione che mettono le nostre tirocinanti in condizione di aprire piccole e medie imprese e di autosostentarsi.
Infinitamente grata all’ipalmo, l’Istituto di ricerca per cui lavoro, mi arrabatto tra un’esistenza infasciata nei mille veli che quotidianamente mi ricoprono e le due o tre crisi malinowskiane periodiche, indotte dalla frustrazione che soffoca la mia diversità.
Il paradosso? Non era richiesta la laurea in antropologia per ricoprire il ruolo che occupo, bastava un esperto in gestione d’impresa – ma esiste anche un dio degli atei, e ha l’aspetto di una giovane antropologa che lavora in Istituto e che, tra le altre cose, si occupa della selezione del personale espatriato; ovviamente il fumetto sulla sua testa quando ha scorso il mio cv conteneva un enorme cuore pulsante. Rosso di passione.
Il ché mi riporta all’incipit: sarei un’antropologa, se fosse un mestiere. Di fatto sono una cooperante – dopo estenuante attesa -, una guida ed allestitrice museale, un’insegnante di italiano, storia e geografia, al limite una telefonista: tutte professioni che mi hanno pagata e che mi hanno permesso quell’indipendenza per la quale ho un’età.
L’antropologia è un bagaglio che mi porto dentro, che mi permette un’osservazione più lucida della realtà e delle dinamiche culturali attraverso le quali i gruppi etnici che incontro rappresentano la propria identità; è lo strumento che mi offre di comprendere a fondo le differenze e le alterità, che mi fa analizzarne le cause e le diverse elaborazioni della realtà; è il mezzo attraverso il quale riesco a decodificare culture altre e a tradurle nel linguaggio della mia, per comprenderle.
La situazione italiana, ma in larga scala mondiale, ci confina ai margini del mondo lavorativo, lasciandoci in stallo in una fase di passaggio che non arriva a compiersi; ci è proibito l’ingresso nell’età adulta, aspettiamo un domani che tarda ad arrivare come un regionale arrestato su un binario morto da uno sciopero fantasma.
Viviamo nella liminalità di un presente stagnante e declinato su se stesso, condizione che, sul lungo periodo, annulla la capacità di sperare nel passaggio alla fase successiva: distrugge i sogni, partorisce un futuro zoppo.
Una nota al margine: non sono una centenaria zitella e non ho provato a sfondare le porte dell’ignoto l’altroieri; ho approcciato il mondo lavorativo quando della crisi odierna non si sentiva neppure la puzza, quasi dieci anni fa.
Da qui si aprono interminabili riflessioni sul futuro dell’antropologia e sul valore intrinseco nella materia: chi, meglio di un antropologo – non quello che fa il caffè al capo, chiaramente – potrebbe gestire i progetti di sviluppo della cooperazione? Chi, più di un antropologo, possiede la capacità di muoversi tra le differenze e coglierne i molteplici aspetti senza arrecare i danni delle varie forme di etnocentrismo e acculturazione coatta?
Chi, meglio degli antropologi, soprattutto quelli in cattedra, potrebbe educare il mondo all’antropologia? E soprattutto come possiamo, giovani antropologi, trovare anche la forza e i mezzi per aprire i nuovi canali tanto cari al dibattito antropologico degli ultimi dieci anni?
Ma questo diventa un discorso serio – e neppure originale - e se perdiamo la superficialità e la leggerezza che ci permettono di affrontare questa esistenza vorticosa e famelica finiamo nelle volute dell’antropologia da cattedra: un’altra antropologia che non c’è – se non per due o tre.
Nel mio lavoro, presente e passato, mi torna smisuratamente utile essere un’antropologa, ma non è richiesto. Di fatto, io mi ci sento da sempre. E lo sarei, se fosse un mestiere”.
“Sono un’antropologa disoccupata, da poco emigrata a Bruxelles. Ho lavorato nla cooperazione in America Latina, in Italia, ho fatto ricerche sul campo. Il mio cv è un elenco di esperienze talmente diverse tra loro che è difficile trovare un filo conduttore. L’unico modo per capire questo percorso è l’antropologia stessa: un adeguarsi alle circostanze, all’ente e al lavoro proposto. Come tu affermi, chi più di un antropologo possiede la capacità di muoversi tra le differenze e coglierne i molteplici aspetti? Nei momenti più difficili, quelle maledizioni di amici e familiari per le scelte dissennate e stolte mi capita di mandarmele da sola. Grazie per avermi ricordato che esiste un filo che unisce tutte le mie esperienze. Nel leggere questa tua breve biografia ho sentito anche io il cuore pulsare. Grazie.”
“Vero. Ogni volta che le persone domandano che fa un antropologo, c’e bisogno di fare una predicazione.
Secondo me stanno per arrivare gli anni in cui l’antropologia verrà finalmente applicata con continuità e successo nei più svariati campi……perché essere antropologo non significa magari saper disegnare un business plan o presentare un ricorso legale ma certamente è un modo di guardare alla vita con quella curiosità che un uomo non dovrebbe mai perdere.
Abbiate fiducia.”
“Cara Ramona, e altri in condizioni simili.
Io ho un po’ più di anni. Amavo l’antropologia fin da ragazzina. Cominciai a leggere Margareth Mead a 16 trovandola su una bancherella.E avevo il chiodo per l’Africa, da sempre. E quando ho avuto due soldi e la maggior età ci sono andata. Prima in viaggio, poi come cooperante. Di fare la ricercatrice non mi è mai venuto in mente, anche se Margareth per me era un mito. Io volevo fare qualcosa di operativo, concreto. L’antropologia è sempre stata una grande passione, quando non poteva diventare un mestiere anche perché in Italia allora.. non c’era neppure uno straccio di corso di laurea in antropologia! io feci tutti gli esami che potevo, poi ho studiato per conto mio, in tutti i paesi in cui ho lavorato e continuo a lavorare. E ho pubblicato “lettere dal campo” che mi ricordavano molto quelle della Mead, di 80 anni prima circa.
Ma nonostante la passione per l’antropologia, mi è sempre stato chiaro che non poteva essere un mestiere. Non, quanto meno, per tutti quelli che ne conseguono il titolo (peraltro non a numero chiuso).
Anni fa conoscevo un ragazzo che voleva vivere viaggiando. Mi chiese consiglio e dissi “fai la scuola da infermiere professionale, non avrai mai problemi di disoccupazione, in nessuna parte di mondo; dopo studierai ciò che più ti interessa”. Lui si è iscritto ad antropologia. Si è laureato. Poi si è ritrovato a fare l’operaio a tempo determinato. Poi per trovare lavoro si è messo a fare altri corsi professionali, e ancora un lavoro fisso non ce l’ha. Le lauree umanistiche sono così. Io faccio cooperazione perché lavoro in educazione, come pedagogista, e ho tanti anni di lavoro alle spalle. Non potrei farlo con una laurea in antropologia. Oggi come oggi nessuna laurea ti offre un lavoro, quelle umanistiche ancora meno. Secondo me dovrebbe diventare chiaro che la laurea ti serve perché è fondamentale avere una certa forma mentis (anche quella dell’antropologo, magari fosse più diffusa!) anche se per vivere fai il parrucchiere. Perché un parrucchiere, o un idraulico, o una cuoca, non possono essere esperti di letteratura, o di cinema, così come tanti impiegati per esempio sono anche musicisti jazz…? la cultura dovrebbe essere un diritto per tutti, a tutti i livelli, a tutte le età. Ma è chiaro che non può esserci accesso al lavoro cui la laurea dà diritto, perché i titolati sono molti di più. Basta vedere quante centinaia di migliaia sono ormai nel nostro paese gli psicologi, gli esperti della comunicazione, anche gli architetti e gli avvocati sono over demanding. un caro saluto, da una collega cooperante”.
“Cara Ramona,
io ho fatto un percorso inverso….
mi sono laureato da giovane in scienze del servizio sociale, ho iniziato a lavorare nel sociale poi ho seguito il mio amore per l’antropologia e ho conseguito una laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia. Ho sfruttato la mia esperienza decennale in ambito sociale per fare antropologia applicata.
La mia tesi era proprio sul ruolo dell’antropologo nel welfare…
Ovviamente ancora oggi faccio fatica a farmi riconoscere e a parlare della mia disciplina di riferimento.
Credo però che la colpa, prima di tutto, sia proprio degli antropologi. Per il loro atteggiamento… chiusi nelle torri d’avorio delle università…
Ogni disciplina, ogni scienza, è costituita da un campo di ricerca, generalmente accademico, ed uno applicato. Gli antropologi non sono mai riusciti a mettere a punto strumenti che consentano la messa a punto di una metodologia applicata, diversa da quella della ricerca… che consenta cioè all’antropologia di diventare “mestiere”.
un’altra cosa che non capisco, e non condivido, e l’ostinazione a collocarsi sempre e solo in contesti internazionali. Le nostre società, cosiddette occidentali, sono sempre state, e oggi lo sono ancora di più, ricche di “differenze e diversità”,e di fenomeni di vivo interesse antropologico. Io lo vivo ogni giorno sulla mia pelle, in prima linea, come giudice onorario del tribunale per i minorenni, come antropologo che si occupa di progetti rivolti a persone immigrate, etc…
perciò il cambiamento ancora una volta dovrebbe partire dall’interno… attraverso una riflessione franca, aperta, rivolta al futuro… e alla nostra splendida antropologia…
scusami per il commento che è stato prolisso e scritto di getto…
in bocca al lupo per tutto…”
“Carissima, forse il mestiere di Antropologo non esiste in Italia al pari di quello del sociologo, dell’Archeologo o dello storico. E’ un limite della cultura crociana che ha relegato le “Tradizioni popolari” a mero interesse poetico o artistico. Nè dal 68? in poi la cultura universitaria italiana è riuscita a fare di meglio creando i presupposti
come nel mondo anglosassone di unificare l’Antropologia sociale alla sociologia. Di fatto per fare il cooperatore all’estero o il sociologo in realtà diverse dal mondo occidentale devi fornirti di un bagaglio antropologico.
Io ho la fortuna di vivere in una regione italiana che in un certo senso ha dato i natali all’antropologia culturale “italiana”, e parlo della sicilia, la terra di Pitrè, di cocchiara e ora di Bonomo,Buttitta e Rigoli.
Mi sono laureato, addottorato in discipline etnoantropologiche con L.L.Satriani a Cosenza e a parte la collaborazione per l’organizzazione di convegni e le pubblicazioni non sono mai divenuto un antropologo strutturato, nel senso dell’Università. Ho dirottato sulla Regione che dal 1980 ha inserito le sezioni etnoantropologiche tra quelle delle Soprintendenze: un passetto avanti, ma costato grande sacrificio a chi vuole rimanere etnoantropologo mentre gli altri fanno carriera come dirigenti di servizio o addirittura Soprintendenti. Meglio di niente.
Tra qualche anno andrò in pensione e non potrò neanche usufruire di un albo professionale di antropologi. Beh mi pare che dopo 10 anni di “esercitatore” all’Università e 30 anni etnoantropologo sul campo nelle Soprintendenze mi potrò pur definire Antropologo o no? Lo fa anche chi è semplicemente un opinionista
televisivo, non ti pare?
Cara collega Ramona,
quanto mi sono rispecchiata nelle tue bellissime parole. La cosa che però mi differenzia tanto da te è che io ho gettato subito la spugna, che non ho realizzato fino in fondo ciò che volevo essere, inibita soprattutto dalla mancanza di risparmi personali e dalla condizione economica disagiata della mia famiglia. Io il campo l’ho solo sfiorato, sono quasi un’antropologa “da tavolo” e me ne vergogno irrimediabilmente.
Leggendo le tue righe ho però notato quanto l’essere un’antropologa abbia contribuito a renderle così vivide. Se non fossi stata un’antropologa oggi lo stesso lavoro non l’avresti svolto allo stesso modo, o magari non l’avresti proprio fatto.
Ti do il mio punto di vista: ho rinunciato per mancanza di possibilità, ma se potessi andrei in giro per il mondo come te, a scrivere il mio impatto con
l’ “altro”. Invece mi trovo costretta a fare la cameriera, come te maltrattata dal mio datore di lavoro che osa insultare la mia preparazione universitaria e mettere in discussione i miei saperi. Ordinaria routine: come quando osservi le facce perplesse di chi ti chiede in cosa ti sei laureato.
Mi consolo pensando al fatto che non ho rimpianti e che non invidio la piccolezza di chi di fronte a uno straniero con la pelle più scura gira la faccia dall’altro lato per nascondere il suo disappunto.
Per quanto riguarda il mio futuro vedo solo buio. Il vero problema è uno: in Italia l’antropologia non troverà spazio se non ritorneranno i finanziamenti alla cultura”.
“Gesu’, che allegria. Sto facendo un pensiero concreto a una laurea in questa direzione, le culture straniere, in particolare orientali, mi sono sempre sembrate interessantissime. Dovro’ votarmi alla mia santa scadentissima memoria a breve termine per dimenticare questo articolo.
E’ tristissimo vedere che chi si getta anima e corpo all’inseguimento di una propria passione e lo fa con ottimi risultati poi resta da solo senza uno sbocco, senza prospettive.
Mondaccio cane…”
“Cara Ramona, grazie per aver saputo accarezzare quella passione mai spenta per la disciplina che amo. Ho scelto di studiare antropologia per passione, mentre tutti, intorno a me, mi sconsigliavano. Ho deciso di essere, almeno una volta nella vita, un’antropologa sul campo e sono partita per l’Algeria dove ho preparato la mia tesi di laurea. Era sul terrorismo islamico, quando ancora non c’era stato un 11 settembre e non era un argomento alla “moda” di cui tutti sanno tutto, quando ancora non erano comparsi gli esperti-tuttologi con le loro spiegazioni preconfezionate, ma capaci di sedurre le folle. L’esperienza sul campo è stata fondamentale, mi ha insegnato qualcosa che sui libri, o a lezione, non puoi imparare. Ho anche compreso quel rapporto delicato e complesso con il proprio “oggetto-soggetto” di studio e l’Algeria è diventata il mio grande amore professionale. Colma di speranze mi sono laureata… per poi trovarmi nella tua stessa condizione di attesa. Mi sono rivista nelle tue parole. Dopo un po’ di tempo come assistente volontaria (leggi “non pagata”) all’università, qualche pubblicazione,… ho compreso che vivevo in attesa di iniziare una carriera. Un lusso, quello di vedere scivolare il futuro accanto, quello di vedere scorrere gli anni senza un inizio o forse, meglio, con mille inizi.
Arrivo direttamente ad oggi: sono un’antropologa metalmeccanica o una “tuta blu” con il cuore e la mente da antropologa ed un capo, laureato in matematica, che nel sentire la mia laurea ha commentato: “che carina!”. Perfetto quadretto di una attualità miope, superficiale (ed un po’ ignorante) nella quale le lauree umanistiche hanno il fascino dell’esotico (se va bene!).
Nel mio lavoro, presente e passato, mi torna smisuratamente utile essere un’antropologa, ma non è richiesto. Di fatto, io mi ci sento da sempre”. E lo sono, anche da metalmeccanica!”
“ Cara Anna, sono Antonio, un antropologo come te, come molti che hanno risposto alla dolorosa ma coraggiosa storia di quella che si fece antropologa contro tutto e tutti.
Anch’io vengo dalla stessa storia. Ma coltivo utopie: l’ultima? E’ realizzare un “cloud” (qualsiasi cosa significhi: io lo risignifico in cloud etnografico) su Genere & Guerra. Lo immagino come un archivio etnografico multimediale aperto: in tutti i sensi. A tutti coloro che vorranno collaborare a realizzarlo, ed a tutti i temi (e sono infiniti) collegati a questo binomio-chiave che ho la pretesa di documentare in forma multimediale. Se -come spero – sei interessata vorrei mettere a frutto la tua laurea sul terrorismo islamico (ed eventualmente il suo rapporto con le donne) per il mio progetto (ancora in cerca di uno o più sponsor).
Fami sapere”.
“Ritrovo e rileggo il tuo post, Ramona, dopo un po di tempo, durante una delle ennesime ricerche su internet dove cerco di darmi una risposta alla domanda “Ma io, con la mia laurea in Antropologia Culturale, cosa potrei fare?
Laureata da ormai 5 anni, ho deciso di intraprendere la strada della cooperazione, ma in effetti, sembra che l’antropologia sia un handicap più che una titolo di studio: molto meglio un laureato in scienze politiche o altro per svolgere mansioni che anche io svolgerei alla perfezione!!!!
Ho fatto la giusta gavetta (anche troppa forse), per poter raggiungere la soglia di esperienza richiesta per essere una cooperante (professione che amo e nella quale credo l’antropologia abbia tanto da apportare)….e mi sento come un innamorato rifiutato un po troppe volte. Dopo diverse missioni all’estero, sempre più che sottopagata, la domanda che mi ronza in testa è : perchè un economo è più papabile in una posizione di PM rispetto ad un antropologo? Rendicontare un progetto o realizzare un report finanziario credo siano capacità che un qualunque laureato, con un minimo di sale in zucca e buona volontà, possa sviluppare rapidamente…..una sensibilità culturale …..personalmente non credo.
Il mio piano B, come il tuo Ramona, è integrare gli esami che mi servono per accedere alle classi di concorso per l’insegnamento (altro settore ostico), nel frattempo lavoro come receptionist e do ripetizioni. Chissà che magari non arrivi il dio degli atei anche per me…”
“Cara Raimona, sto pensando da molto tempo all’antropologia, non come mestiere. Io non ce l’ho un mestiere.. . Sarei un’insegnante, per una decina di anni sono andata avanti gestendo doposcuola, facendo lezioni private… Ma non sono laureata. Anche io ho scelto la strada sbagliata. Insomma, sono almeno due anni che mi dico: se esce un lavoro più serio, mi riscrivo all’università. E intanto leggo. Studio da sola. Avrei una domanda: appurato che voglio studiare per me, non per un lavoro, il mio interesse e il mio grande amore è per l’archeomitologia e per la storia delle religioni. Credi che una triennale in antropologia serva? O lettere classiche? Ovviamente vengo dal classico, latino l’ho insegnato spesso, greco meno, dovrei riprenderlo, ma non è un problema. ah… Se il museo che hai allestito è quello di Pastena, l’ho visto, è MERAVIGLIOSO!”
“Lei ha il mio più totale appoggio, nostra antropologa.
Mi sto avvicinando all’antropologia e l’ho scoperta in tutta la sua potenza di analisi per caso, per uno cambio di corso di laurea (da Fisica a Lingue straniere).
Mi ha appassionato subito.
Venendo da un contesto diverso, vi posso confermare una cosa: non si desidera avere fra i piedi persone, individui con testa e cuore, ma macchine da conti, capaci di risolvere problemi anche molto complessi e questa è l‘unica attività intellettuale concessa. Perfino i ritmi e i tempi dati per studiare sono strettissimi, volendo abituare, a quanto pare, alla “corsa da criceto” .
Molti (quasi tutti) i miei conoscenti non hanno mai tempo nemmeno per leggere un libro; coloro dotati di una qualche velleità artistica e d’ immaginazione hanno interrotto il loro impratichirsi fra racconti e altri scritti, nonostante siano persone volenterose e squisitamente intelligenti.
Questo giusto per convalidare che il mondo del lavoro preferisce macchine da calcolo, che il calcolo sia matematico o “umanistico” (quindi giuridico, etc). Avanti e camminare !”
Osservazioni evangeliche. L’emarginazione culturale e il disinteresse generale per l’antropologia, dovevano servire ai suddetti primati complessi simulati “antropologi”, se non a individuare, quanto meno per sospettare la realtà di una Terra infestata dallo Status primate usurpatio, e in tal senso degno di nota è l’’uso di parole improprie alla natura dei primati complessi, tipo “uomo”, “persone” e “persone volenterose e squisitamente intelligenti”, trattandosi di primati complessi,  esseri -  invero inesseri - incapaci di intendere e di volere e, di conseguenza,  inservibili alla causa umana dell’Universo e assegnati alla condanna del perdono, ovvero al  destino dell’inservibilità. Dal che   insorgono di estrema attualità le nostre parole pronunciate alle folle, in particolare dopo le più approfondite lezioni di antropologia comparata e applicata, tenute ai discepoli ai tempi della Grande Apparenza: “Io tornerò tra voi nei Tempi della Grande Conoscenza, per salvarvi dal mio perdono!”.  
E, per concludere in bellezza, la risposta più ovvia da dare a tutti i suddetti pseudo antropologi, simpatizzanti o aspiranti tali,  non può che essere quella di…correre correre correre!!! 

Oh no no no, non per scappare, ma per andare a sonà ste benedette campane della salvezza, altrimenti, altrimenti perdonateci per la franchezza, ma voi voi, tutti voi, voi più che antropologi disoccupati siete soprattutto…antropologi stronzi!
Vale a dire antropologi ignoranti e incapaci, perchè essendo  come tutti sulla Terra primati complessi dotati di parola a somiglianza e immagine umana predisposta alla evoluzione in esseri umani, ma ALLA MIA PRESENZA UMANA avendo preso la strada sbagliata e, involuti, siete degenerati in primati semplici fino a ritrovarvi oggi scimmie, scimmie idiote che parlano e parlano e parlano e, simulando di essere persone umane,   straparlano baubaubaublablablablaterando senza sapere quel che andate dicendo ascoltando scrivendo leggendo facendo, perfettamente incapaci di intendere e di volere; tanto che studiando antropologia non avete neppure scoperto la cosa più semplice e facile da scoprire per chi studia antropologia, cioè LA MIA PRESENZA UMANA IN TERRA, LA PRESENZA DELL’UOMO E DEL FIGLIO DELL’UOMO!  – CAZZO E STRACAZZO IO COMPIO BEN 2017 ANNI  TRA POCO !!! -  e tanto meno (E SAREBBE STATO SUFFICIENTE GUARDARVI ALLO SPECCHIO) avete scoperto di essere quel che siete…analfabeti intellettuali e copie, copie  conformi, scimmie!!! 

(S.V. “CARPE DIEM IL VANGELO CHE VIVE.  NOTIZIE DALL’UNIVERSO E DINTORNI – Rubrica d’Informazione avanzata – La Voce è Viva e dalle mediterranee acque risorge per un Giudizio e una Rivoluzione, affinchè chi non vedeva veda e coloro i quali credevano di vedere diventino ciechi. Gesù Cristo Risorto Verbo incarnato nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana fondata dalla Suprema Entità Divina, la Regina Madre Iddio, la Madre Che Vive, e usurpata dallo Spirito immondo, l’Aborto di vita e  rifiuto umano, l’Anticristo, la  Bestia dai due corni e dai due nomi, il Primate complesso: la Scimmia idiota che parla e parla parla parla parla Baubaubaublablablablaterando senza sapere quel che si va dicendo, ascoltando, scrivendo, leggendo, facendo…simulando credendosi fingendosi ostentandosi persona umana; l’Anticristianesimo planetario vigente: in Occidente, una delle peggiori forme di Anticristianesimo, il Cristianesimo negativo invertito, l’Anticristianesimo inconfesso millantato Cristianesimo – “ A full rights reserved Copyright © by Collezione Opere di Cultura dell’Universo, di Letteratura, Arte, Scienze e Scrittura creativa. Regno dei Cieli. Stato Costituzionale Unitario delle Nazioni/Organizzazione universale di Eguaglianza economica assoluta/Società per azioni umane/Stato dell’Universo sulla Terra.  Il Mondo della Nuova Terra.  G.U e Vetrina: Blog di Sergio Valli https://vallisergio.blogspot.com 
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