mercoledì 2 novembre 2016

LA JENA, L’INNOMINATA BELVA DEI MORTI…E POI IL GIORNO



All’interno del ghigno osceno, sprofondò nel mondo pluralistico delle fantasie private, un mondo in cui l’immaginario collettivo faceva si che ognuno si credesse quello che non era.
Il credo e la fede vi imperavano contro ogni verità provata, in una uniformità che aveva rinunciato ai bottoni dorati e ai fregi d’argento luccicante, al doppio petto, al moschetto, alla svastica, al gessato e all’abito da sera, in favore del casual e dei jeans, senza saper scegliere un mondo diverso da quello dove gli aborti e i rifiuti fingevano con ostinata fermezza di essere umani.
E si credevano avvocati, ingegneri, nobili, onorevoli, ministri, sacerdoti, ingegneri, maestri, capi di stato, artisti, giudici, fino agli Eccetera Eccetera e ai E Così Via Dicendo, emergenti come schiuma nera di caffettiera sbrecciata, in realtà tenebre, ombre informi e deformi, di una oscurità totale che le depravazioni intellettuali degli analfabeti vi aprivano brecce sorridenti come sarracenie che attirino le loro vittime con la promessa di leccornie e che poi prosperavano e dilagavano inarrestabili per la mancanza di cultura che non fosse negativa e capovolta; e pertanto chiusa, ottenebrata, relativa a se stessa, falsa, corrotta, morbosa quanto le depravazioni sessuali che ne derivavano e venivano trasmesse con una parola, con un gesto, con un invito, approfittando di una bestialità comune che li significava come la notte che approfitta dell’ombra per manifestarsi o della tenebra che dalla notte nasce.
Eppure la tenebra privata, aveva un proprio respiro, un tempo, una storia, un nome, un principio e una fine che si logoravano e s’immortalavano sulla pietra di una lapide privata al cimitero pubblico.
E non ne restava altro. L’arrivo dà il senso alla partenza. Attorno, la depravazione indulgeva come una palude che si dilatava e si contraeva simile a nebbia che ruoti grigia e fumosa, rumorosa dell’eco dello sgocciolio dell’acqua.
I versi degli uccelli acquatici si sollevavano con uno stridore stonato nell’armonia di quella solitudine nera.
Ma non se ne sarebbe mai andato, se fosse dipeso da lui. Aborto e Rifiuto umano adoratore dell’Immonda, della BELVA IDIOTA, aveva seguito le proprie tracce, aveva seguito il percorso che gli era stato tracciato consumando le cortecce degli alberi e aveva seguito il percorso degli escrementi che lo avevano preceduto nella vegetazione brucata dalla BESTIA, di albero in albero, tronco dopo tronco.
Ma ecco che le sue dita stringevano il vuoto. La terra morbida era fatta di fango, di poltiglia nata dall’osmosi di acqua putrida e di escrementi di sabbia.
La depressione che ne scaturiva era singola. Lui era la tenebra privata, l’aborto, il rifiuto, la spazzatura di parte, il sintomo che aspirava a venir fori dall’anonimato e diventare il campione estratto dalla melma collettiva della palude tenebrosa, dove il predicare senza testa predicava nel deserto e la fanciulla dalle movenze leggiadre, danzava bellissima e soave, togliendosi ad uno uno i veli evanescenti della trasparenza fumosa del deserto, svelando sotto di essi l’osso sottile e lo scheletro disarticolato e danzante della nudità senza veli.
Ma poi, dal lenzuolo bianco con le impronte del corpo insanguinato, tra i lembi del tessuto turbinante, tra le croci e le bromeliacee che pendevano dal cipresso, ecco sollevarsi l’Uomo.
E il sole si levò, come fiamma di fuoco ardente. E il cielo si levò e ogni tenebra si fece piatta, con le mani a coppa che raccoglievano l’ultima melma, nuda sotto il manto celeste, per bearsi dell’ultimo sorso della morte.
Lo squame dell’innominata svanì, nel nulla tenebroso. Ed egli, sotto quelle spoglie che nascondevano lo scheletrico ondeggiare del mondo basso, svanì con lei.
La scia lucente del sangue si era fatta viva e sulla volta dell’albero sognò per l’ultima volta il sudario oscuro del dolore. Ma non c’era più niente da sognare. 
L’agonia della notte svanì con un ultimo desiderio verso qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa a cui anelare. Ma l’Uomo, armatosi di pala, ramazza e forcone, restituì la croce alla notte e fu il giorno.
(S.V. “INESORABILE E ROVENTE  – Racconti Brevi –  “ A full rights reserved Copyright © by Collezione Opere di Cultura dell’Universo, di Letteratura, Arte, Scienze e Scrittura creativa. Regno dei Cieli. Stato Costituzionale Unitario delle Nazioni/Organizzazione universale di Eguaglianza economica assoluta/Società per azioni umane/Stato dell’Universo sulla Terra.  Il Mondo della Nuova Terra.  G.U e Vetrina: Blog di Sergio Valli http://vallisergio.blogspot.it/
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