sabato 15 ottobre 2016

LA VOCE




I bambini che giocavano sottocasa, in cortile e sulla strada, non c’erano più. E non c’erano più le storie italiane, e non c’era più nessuno che volesse ascoltarle. 
Le donne cantavano, alle finestre, mentre stendevano i panni sui balconi o sulle terrazze, mentre sbrigavano le faccende domestiche o cucinavano. E gli uomini fischiettavano le musiche di moda e se ne andavano in giro a mani in tasca, i capelli impomatati e la sigaretta accesa che pendeva dalle labbra.
Adesso – insieme ai loro concittadini di diversa estrazione – li ritrovavano cadaveri, ma ogni tanto, non sempre.
Per esempio, da qualche mese li ritrovavano legati e imbavagliati, verniciati su tutto il corpo con improperi e parolacce.
Un tempo se ne stavano al caldo, accanto ai caminetti o alle stufe accese, stringendosi addosso le vestaglie o avvolti nei vecchi play scozzesi.
Era gente di altri tempi che, come le loro case, era vissuta per la maggior parte isolata e silenziosa, nascondendo le piastrelle di ceramica bianca in cucina, bevendo te o caffè e soffiandoci sopra per intiepidirlo. 
Le case stavano ancora li, come un vecchio cimelio o un bozzolo abbandonato dopo che la farfalla ne era venuta fuori ed era volata via.
Un tempo, i colori che penetravano negli interni, sembravano fiamme di giallo, di rosso, azzurro, amaranto, e di qualsiasi altra tonalità fiammeggiante.
E la bella musica predominava: era dappertutto con quelle sue note melodiose accompagnate dalla limpida voce armoniosa.
Anche quando si sdraiavano sul letto l’ascoltavano, distesi, e di tanto in tanto si assopivano e la sognavano: sognavano di cantare e di sprigionare con la musica i suoni più melodiosi.
L’ispettore della polizia di stato, incaricato delle indagini, si dava un gran da fare per catturare il maniaco, il serialimbrattatore il quale, da qualche mese, era diventato l’incubo dei cantanti professionisti che si esibivano nei nuovi locali pop e rap, anche se tra le sue vittime c’erano stati anche alcuni cantanti ingaggiati in vecchi locali italiani.
Ma adesso che le storie non  erano più italiane, c’erano storie di droga, di violenza, di botte e di coltellate e di altri misfatti, raccontate per lo più sui giornali o in televisione.
Le storie dei telegiornali erano molto più cruente, perché in fondo il serialimbrattatore mascherato, armato di vernice e pennello, non infieriva sulle vittime. Le catturava in luoghi isolati e nelle ore più impensate, minacciandole con un grosso coltello, e poi le legava, le imbavagliava e dava sfogo sui loro corpi nudi con vernice e pennello.
I media si erano interessati moltissimo a questi curiosi casi di aggressione con verniciatura e pennello, a causa dell’interesse suscitato sul pubblico, anche perché tra le vittime c’erano dei personaggi in vista, alcuni famosi anche a livello nazionale e internazionale.
Il caso numero uno, un cantante rap, rientrava in albergo dopo il suo lavoro in una sala di registrazione. Ed ecco che prende l’ascensore, va nella suite che la casa di produzione gli aveva assegnata, e lo ritrovano in piena notte, disteso sulle mattonelle della cucina dell’albergo, senza indumenti, legato e imbavagliato e verniciato su tutto il corpo con insulti e parole ingiuriose.
Il personale dell’albergo non si era accorto di nulla, nonostante ci siano dei servizi di sicurezza molto efficienti.
Il secondo caso, un noto cantante pop, conosciuto soprattutto nei locali alla moda, se ne stava tranquillamente in casa, davanti alla televisione, quando all’improvviso si mette a gridare, senza che nessuno dei  vicini riesca a sentirlo perché viene immediatamente imbavagliato dall’imbrattatore seriale mascherato e fatto tacere.
Fu ritrovato la mattina seguente nel giardino condominiale, tutto verniciato di verde e rosso: si confondeva con le piante e le aiuole fiorite.
Ora, i colori se ne stavano pigiati nel traffico cittadino. E alla polizia che indagava, veniva spiegato che certi atteggiamenti qui non sono ammessi. Qui, nella nostra cittadina, bisogna comportarsi in altro modo, qui si adottano altri comportamenti, che significano: “comportarsi educatamente”.
Chi non vuole partecipare, ne ha tutto il diritto e può andarsene; ma le regole sono queste. Bisogna rispettarle. Prima di entrare si bussa alla porta e si attende la voce limpida e molto musicale che dice avanti. Appena entrati si fa quindi un inchino e una piroetta su un piede solo (guai a chi li usa tutti e due) non importa se il destro o il sinistro.
Si parla, si discute, ci s’inginocchia di fronte all’altare, si prega, e quando si va via si chiede rispettosamente il permesso di andarsene: si fa un nuovo inchino – questa volta senza piroetta – e si esce, chiudendo silenziosamente la porta.
Sono previste pene molto severe per chi fa troppo rumore. E appena fuori? Si è liberi di andare dove si vuole, purché si lasci il proprio recapito alla reception. Il ragionamento deduttivo qui non funziona. Qui funziona il ragionamento puro e semplice.
Gli indiziati erano stati messi in riga, uno per volta, con altre persone dello stesso sesso per il confronto. Però, poiché mancavano i testimoni,  non si era concluso nulla.
Come in ogni altra parte del mondo, a Hoboken le angosce prepuberali dipendono dalla paura che i propri genitori si separino o muoiano in un incidente stradale o in un incendio, lasciandoli soli.
Quelle adolescenziali dal timore opposto che i genitori non si separino e non muoiano, restandoti sempre addosso per non lasciarti andare da nessuna parte; ma le angosce dei genitori erano provocate dal timore che i propri figli, divenuti adolescenti e poi giovani ventenni, trentenni o addirittura quarantenni, non avrebbero voluto andarsene di casa, restandoti a carico per tutta la vita.
Non si è mai contenti, questo si. Perciò il caso numero tre fu rappresentato da una giovanissima cantante pop, il quarto da una cantante ballerina orgasmica e il quinto da un cantante emergente della nuova generazione tenorile italiana, il quale era stato rinvenuto poco dopo l’aggressione nei pressi di un gigantesco cartellone che raffigurava la Voce, il figlio prediletto del cuore italiano di Hoboken. Adesso le vittime erano diventate ben trentaquattro, e l’Ispettore della polizia di stato, dopo essersi consultato con gli esperti dell’Fbi, aveva tracciato un profilo importante del serialimbrattatore, da cui era risultato che l’aggressore poteva essere un individuo sui trenta o quaranta anni, di sesso maschile, alto e robusto, di buona istruzione e probabilmente appartenente alla vecchia comunità italiana di Hoboken.
Purtroppo, però, nonostante le ricerche meticolose da egli condotte e gli studi approfonditi sulle regole comportamentali locali (il fatto piuttosto strano che si dovessero osservare dei rituali molto precisi sia entrando che uscendo da certi ambienti, e le preoccupazioni prepuberali, adolescenziali e giovanili dei figli e quelle fino ad età matura dei genitori), non gli riuscì di stabilire alcun denominatore comune certo tra le vittime, che sembravano scelte a caso, ne gli riuscì di scoprire il movente. I serial non possiedono alcun movente razionale, sono fuori di testa, gli spiegavano quelli dell’Fbi, ma il denominatore comune deve esserci per forza nei crimini seriali. “E se non lo scopri”, precisavano: “Ti sarà impossibile catturare il serialimbrattatore di Hoboken”.
Ma l’Ispettore della polizia di stato non era d’accordo, perché un denominatore comune c’era: “Gli aggrediti sono sempre dei cantanti professionisti, anche se sembra che vengano scelti a caso, senza tener conto del sesso, del colore dei capelli o di altre caratteristiche fisiche, delle loro origini (tra loro ci sono ispanici, afroamericani, irlandesi ma anche italiani), del genere della loro musica e del loro canto o del loro repertorio, oppure di altro”.
Da New York City, Hoboken si trova a non più di quindici o venti minuti di viaggio in auto. E da Manhattan la si può raggiungere in dieci minuti.
Dai giornali e dalle pubblicazioni specializzate, aveva appreso che la popolazione di Hoboken si divideva ormai in due comunità separate e opposte: i radicati italiani che celebravano ancora il loro figlio prediletto, Frank Sinatra detto la Voce, e i ricchi avventizi professionisti provenienti da New York City, i quali consideravano la residenza di Hoboken il sistema migliore per evadere le tasse che si pagavano a New York City, e che a Hoboken avevano investito i propri capitali.
Passando per le strade in cui era vissuto e cresciuto Frank (Sinatra), si può constatare l’innalzamento del livello sociale. Le vie principali oggi sono piene di club lussuosi, di locali yuppie e all’ultima moda, ma nelle stradine laterali ci sono ancora i piccoli negozi a conduzione familiare degli italiani, e nei quartieri più vecchi quella presenza è tuttora tangibile e vistosa.
In ogni caso, l’Ispettore della polizia di stato si era ormai rassegnato, e gli artisti aggrediti avevano raggiunto il numero record di cinquantasette, con conseguenze sempre più disastrose per l’economia di Hoboken, critiche dai suoi superiori e dai media, minacce di togliergli il caso e di degradarlo destinandolo a casi minori o a dirigere il traffico cittadino, quando ebbe un incredibile colpo di fortuna. 
Una sera lo avvertirono che due agenti in servizio di pattuglia, avevano fermato un tizio,sorpreso in un giardino pubblico con il volto mascherato nell’atto di aggredire un passante (che era stato poi riconosciuto per un cantante professionista molto noto in città): ma il fatto curioso era che il tizio era stato trovato in possesso di materiale per legare e imbavagliare, di alcuni barattoli di vernice colorata e di un pennello.
L’ispettore si precipitò sul posto, dichiarò i suoi diritti al tizio, lo ammanettò e insieme ai due agenti lo condusse al posto di polizia, mentre i media con videocamere, elicotteri, camioncini delle televisioni dotati di tutte le stregonerie tecnologiche necessarie, cronisti della nera e fotografi, accorrevano come lupi famelici da tutte le parti.
L’Ispettore procedette all’interrogatorio del tizio fermato e, per prima cosa, lo identificò per un tale, di origini italiane, cittadino di Hoboken, età 37 anni e nessun precedente penale alle spalle, ma che con sua grande sorpresa di professione faceva il maestro di canto, ed era un appassionato e valente estimatore e biografo di Frank, peraltro abbastanza conosciuto nell’ambiente artistico locale. 
Il tizio confessò le cinquantasette aggressioni, e si dilungò sui particolari senza ometterne alcuno. Ma la vera sorpresa, fu quando l’ispettore - cercando di capire quale fosse il movente, e il nesso, il vero denominatore comune che incideva nella scelta delle vittime - gli chiese il perché lo avesse fatto e si sentì rispondere dall’interrogato, che era scattato in piedi furioso e con il volto paonazzo per l’indignazione: “Perché? Si canta con la bocca, non con il naso!”.



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