giovedì 13 ottobre 2016

LA VOCE E’ VIVA E DALLE MEDITERRANEE ACQUE RISORGE PER UN GIUDIZIO E UNA RIVOLUZIONE, AFFINCHE’ CHI NON VEDEVA VEDA E COLORO CHE CREDEVANO DI VEDERE DIVENTINO CIECHI. IL VANGELO CHE VIVE. PARLA GESU’ CRISTO RISORTO VERBO INCARNATO NELLA CHIESA CATTOLICA APOSTOLICA ROMANA USURPATA DAL CRISTIANESIMO NEGATIVO INVERTITO, L’ANTICRISTIANESIMO OCCIDENTALE INCONFESSO MILLANTATO CRISTIANESIMO. GESU’ CRISTO RISORTO PRINCIPE DELL’UNIVERSO, PRINCIPE REGNANTE DELLO STATO COSTITUZIONALE UNITARIO DELLE NAZIONI/ORGANIZZAZZIONE UNIVERSALE DI EGUAGLIANZA ECONOMICA ASSOLUTA/SOCIETA’ PER AZIONI UMANE/STATO DELL’UNIVERSO SULLA TERRA. IL MONDO DELLA NUOVA TERRA. LA PAROLA AL PRINCIPE: LA PARABOLA DELL’EPITAFFIO DANTESCO



 
LA VOCE E’ VIVA E DALLE MEDITERRANEE ACQUE RISORGE PER UN GIUDIZIO E UNA RIVOLUZIONE, AFFINCHE’ CHI NON VEDEVA VEDA E COLORO CHE CREDEVANO DI VEDERE DIVENTINO CIECHI. IL VANGELO CHE VIVE. PARLA  GESU’ CRISTO RISORTO VERBO INCARNATO NELLA CHIESA CATTOLICA APOSTOLICA ROMANA USURPATA DAL CRISTIANESIMO NEGATIVO INVERTITO,  L’ANTICRISTIANESIMO OCCIDENTALE INCONFESSO MILLANTATO CRISTIANESIMO.  GESU’ CRISTO RISORTO PRINCIPE DELL’UNIVERSO, PRINCIPE REGNANTE DELLO STATO COSTITUZIONALE UNITARIO DELLE  NAZIONI/ORGANIZZAZZIONE UNIVERSALE DI EGUAGLIANZA ECONOMICA ASSOLUTA/SOCIETA’ PER AZIONI UMANE/STATO DELL’UNIVERSO SULLA TERRA. IL MONDO DELLA NUOVA TERRA.
LA PAROLA AL PRINCIPE:  LA PARABOLA DELL’EPITAFFIO DANTESCO
Si era ridotto ad ascoltare musica rap, perché dopo la dilatazione-contrazione generale, al momento era la musica più oscillante e rotatoria, e quindi alla moda, e lasciava che i ricordi affluissero barcollanti come nenia ossessiva e a scatti meccanici ritmati sulle pareti, sul soffitto e sul pavimento. Le cose andavano peggio di ogni più nera previsione. La casa era un bugigattolo, un monolocale con cucinina, bagno e cameretta da letto che doveva condividere con l’altra sua parte. Aveva riempito quel monolocale con due brande (una per ciascuna parte), due comodini, una poltrona e un armadio comune, una radio, un televisore di seconda mano, un vecchio frigorifero e sulla parete il diploma di laurea che entrambe le parti avevano avuto il merito di conseguire.
Quello che ora voleva era un lavoro. Le ricerche si erano rivelate un vero disastro, sia presso l’ufficio di collocamento che in privato, tramite gli annunci sui quotidiani specializzati nell’offerta-richiestra di impiego.
Avrebbe continuato a cercare per giorni e giorni come aveva fatto finora. Inutilmente. Ma forse era giunto il momento di adeguarsi e di darsi una mossa. “Qui ci sono moltissime possibilità di lavoro”, si sosteneva nel mondo tossico della pubblica o della privata dipendenza. Non c’era niente di male se per sopravvivere, dopo un’infanzia trascorsa senza memorie e un’adolescenza speranzosa sprecata tra libri tossici e gli esami scolastici di riscontro sul grado di tossicodipendenza acquisita, si fosse finalmente conformato.
Naturalmente sapeva già che il lavoro che gli avrebbero offerto avrebbe fatto schifo, perché lo avrebbe trovato nel mondo delle malattie, distribuito tra ambulatori, ospedali, farmacie, chiese, tribunali, redazioni di quotidiani televisivi o della stampa, segreterie dei partiti, prigioni, scuole e cimiteri. Era lì che si trovava spazio, magari come lavavetri o spazzino di pavimenti.
Si accorse così di divagare con la mente, mentre era tempo di concretizzare, di realizzare, di compiere dei fatti. 
Doveva vendersi l’anima all’unico acquirente. Perciò, l’offrì allo specchio nel quale i suoi capelli sembravano più  ritti di quelli di un tizio che si fosse spaventato passando in piena notte accanto ad un cimitero.
Una volta,  durante il servizio militare, lo avevano messo, di notte, di guardia ad una tomba onorifica e li vicino aveva scoperto un pozzo dove, dopo uno schiacquettio sospetto, illuminandone con una torcia il fondo aveva incontrato due spaventosi occhi verdastri di un gigantesco rospo di fogna.
I suoi pari grado e i suoi superiori mostravano invece occhi piccoli e vacui, che si riempivano di lacrime contemplando la propria fossa.
E lui avrebbe voluto fare lo stesso se fosse stato capace di piangere, se avesse voluto piangere sulla propria tomba. Ma era da allora che era venuto a metà fuori dalla propria fossa, l’aveva scoperta e con la tomba aveva scoperta l’altra parte di se stesso: quella defunta la quale, però, con un sorprendente “liberate tutti i vivi!” aveva ribaltato la situazione. “Perché tu sei morto” gli aveva spiegato quella sua parte che pure avrebbe dovuto essere la parte morta, tanto più che era scaturita da sottoterra. “Fermate gli orologi, arrestate il tempo!”, gridava quella parte viva di se stesso defunto, mentre il tempo passava, inesorabile e insignificato.
Da domani sarebbero andati in due a cercare lavoro, la parte morta che affermava di essere viva e la parte tossica dipendente dalla morte. Perché forse è così che si ottiene il lavoro. Magari quello di becchino municipale, per sfuggire all’ufficio di collocamento dove, per principio, con un rinvio fino a quando il bilancio amministrativo della Morte lo avrebbe consentito, li avrebbe messi tutti e due in lista di attesa.
Il sonno sospira sul letto, oppure russa, e gli occhi aperti non significano il risveglio. A incorniciare il teschio, non era sempre una promessa di futuro nel rifiuto immediato a una richiesta del tutto ragionevole di un lavoro per la sopravvivenza.
La storiella del figlio del povero che appena laureato va a fare la fila all’ufficio di collocamento, mentre il figlio del ricco che non ne avrebbe bisogno ha  subito bello e pronto il posto di lavoro sotto casa, è ormai stantia quanto la Vecchia, che non fa più neanche finta di darti una nano e se la ride, ghignosa e ripugnante.
Lei, la Vecchia…sciagurata, svergognata, innominata, intoccabile e immonda Signora della Morte, che orchestrava il tutto e i tutti. Aveva intorno al teschio una parrucca che imitava una capigliatura disciplinatamente raccolta all’indietro, trattenuta con forcine e pettinini secondo la tradizione delle danzatrici andaluse e, seppure profumata di gelsomino, di pulito e di dolcezza, odorava di se stessa…puzzava di morte.
La musica rap è rumorosa e invadente, ma alla parte defunta di se piaceva, mentre quella uscita dalla tomba, che diceva di essere viva, la odiava. In ogni caso, riunito adesso in due parti, non si sentiva più solo.
Immaginava già tutte le belle cose che avrebbero potuto fare insieme. Apri la porta, chiudi la finestra, accendi la televisione, spegni la radio: adesso una parte poteva comandare l’altra che si ritrovava costretta ad ubbidire. E’ valsa la pena di aver fatto la guardia ad una tomba onoraria, aver incontrato gli occhi freddi e spaventosi del rospo gigante e aver visto poi la sua parte sepolta dentro la sua fossa, uscirne fuori.
Però c’erano stati presto i primi dissapori, i primi contrasti, che di giorno in giorno si erano aggravati: ciascuna delle due parti voleva comandare e avere il sopravvento sull’altra, finché erano arrivate a un compromesso che più che un compromesso era la scoperta definitiva delle morte di entrambe e del fatto che quel tugurio che fingeva di essere un pianeta, una nazione, una regione e una città, quel bugigattolo, che fingeva di essere una casa, e i governanti, i politici, i vip, i personaggi importanti, gli artisti, i professori e la gente e tutto ciò che compariva e scompariva in quel contesto, erano la loro tomba travestita da paesaggi a volte bellissimi, da colline, fiumi,  spiagge di mare, montagne, cime nevose e grattacieli di cristallo.
Domani andremo nel cuore ticchettante della tossicodipendenza mortuaria, per cercarvi lavoro, diceva una parte all’altra. E quando lo avremo ottenuto, festeggeremo al pub insieme agli altri morti. E’ bello stare insieme e socializzare.
Una delle due parti, tirò fuori  dal freezer una lattina di birra, l’aprì e l’offrì all’altra parte.
E ora, nel vano della porta d’ingresso, sulla soglia, ci fu un posto che non era da nessuna parte. Con cura, le rispettive parti presero ciascuna la propria fotografia e la riunirono all’altra e, ottenuta una sola immagine, l’attaccarono alla lapide.
La Vecchia disse loro di controllare bene tutti i loro averi, anche se pochi, anche se miseri, e di lasciare che i ricchi cadaveri se ne impadronissero e continuassero a succhiare il loro sangue attraverso quella lapide con foto.
E, generosamente, con dolcezza raffinata e somma chiarezza, vi aggiunse il suo epitaffio: “ Perdete ogni speranza o voi che entrate”.


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