lunedì 10 ottobre 2016

CAPRICCIO




In risposta al quesito…che fine ha Francesca Dellera? Valido peraltro per tantissimi altri attori famosi scomparsi di un’epoca scomparsa con loro, ci è capitato, pochi giorni fa, rivedendo il film di Tinto Brass “CAPRICCIO”, di restarne piacevolmente sorpresi.
Ma non per la Dellera - la quale rivista oggi confrontata alle attrici improponibili dei nostri giorni, quanto meno era un attrice, certo - ma per Tinto Brass e il suo film che, oggi rivisitato, risulta sotto ogni punto di vista  meritevole dell’avverbio da noi coniato. Piacevolmente.     
Due giovani coniugi americani, Fred e Jennifer,  tornano a Capri dopo la guerra, il luogo che aveva visto nascere “il loro amore”; tuttavia Fred deve ripartire subito per un viaggio di lavoro in Toscana. Prima però, spinto dai suoi ricordi amorosi, si ferma a Roma per rivedere Rosa, sua antica fiamma e ovviamente anche Jennifer, rimasta sola, ripercorre la strada dei suoi ricordi d'amore con Ciro, giovane cameriere italiano conosciuto a Capri durante la guerra, di cui crede di essere innamorata, così che appare chiaro come al “il loro amore”  tra i due coniugi ci stia a pennello il “rispettivo” (loro amore) piuttosto che il “reciproco”.
Ammesso naturalmente trattarsi di amore come il cinema di Tinto Brass e dei suoi Tolomeo della comunicazione e della critica cinematografica vorrebbero farci credere.
Fatto sta che Fred, scoprendosi deluso dei giochi erotici della sua antica fiamma italiana impersonata da Francesca Dellera, torna di corsa dalla moglie la quale altrettanto delusa di Ciro lo sta impazientemente aspettando affinchè sembri chiaro che i due coniugi, imparati i trucchetti amorosi, si sentano ora in grado di proseguire da soli.
E, confessatisi reciprocamente i rispettivi "capricci", i due vorrebbero farci intendere che si amano, almeno in treno, questo si. E tale e quale è l’happy and del film.  
Film quindi ingenuo e di assoluta pochezza, tratto   con invereconda infedeltà dall’altrettanta invereconda pochezza letteraria perfettamente conforme alla Cultura bassa, Cultura dell’Ignoranza  del Mondo alla rovescia,  dal libro “Lettere da Capri” di Mario Soldati.
Il “che cosa dovrei spiegare? Il sesso parla da solo” di Tinto Brass, è tutto qui e il suo film gli da ragione.
Lei, alta, bionda, levigata, seno aggressivo, fianchi appetitosi fasciati dalla gonna severa dell’uniforme militare statunitense; e l’altra lei,  la nostra carnosa Francesca Dellera dal gran culo tondo rotondo eccetera eccetera.
Tuttavia, c’è nel film un movimento di letteratura cinematografica tendente all’arte e alla scrittura creativa delle piccole cose, una mela, una sala da bagno, marmi bianchi, asciugamani di lino con frange a mano, servizi igienici di lucidissima ceramica nera, rubinetti d’oro e l’attrice inglese di teatro Nìcola Warren. Un’attrice. E accanto a lei altri attori. Siamo appena a ieri, ma per arrivare ai nostri giorni altri passi altre voci altre stanze della degenerazione ovunque impellente.
Lei s’inginocchia davanti al bidet nero senza mostrare il fondo schiena (rituale provocatorio riservato in questo film soltanto alla Dellera), mentre l’attore napoletano Luigi Laezza e le tre cineprese puntate di Tinto Brass la guardano e lei si solleva la gonna senza toglierla, si sfila lentamente gli slip di cotone bianco e merletto…ed ecco in bella mostra  le gambe semiaperte dell'attrice di teatro inglese.
Lavoro per i truccatori. Tingere l' interno delle cosce di rosso falso-sangue, tingere dello stesso rosso, subito dopo, la fronte che il ragazzo Laezza con i pantaloni sbottonati di un "après l' amour" è inginocchiato a lavare davanti al bidet...
Sul set, Tinto Brass con l’immancabile sigaro spento, in camicia rossonera alla cinese e la sua attrice dal sesso biondo dorato in mostra quando ancora non era apparsa la moda cavernicola della ginecologia, della depilazione sessuale e dell’erotismo ginecologico dei buchi, degli anfratti, delle fessure; ma già si usava fotografare il sesso con la cura minuziosa e maniacale praticata per l’arredamento degli interni.   
I Tolomeo ci dicono che se il libro da cui è tratto il film, è la storia di una grande passione e dei grandi rimorsi, il film è soltanto la storia della grande passione senza rimorsi, senza sensi di colpa.
"Dal momento che il mio punto di vista non coincide con quello del libro”, avrebbe a suo tempo spiegato Tinto Brass: “Ho pensato fosse più giusto e corretto, nei confronti del romanzo e degli spettatori, cambiare il titolo e i nomi dei personaggi. L' amore che io racconto non conduce a sensi di colpa e tragedie, ma a una nuova e più serena consapevolezza, quella dell' inventiva di Baudelaire: maldetto il cretino che per primo ha mescolato le cose dell' amore con quelle dell' onore, l' assurdità di confondere le cose del sesso e dei sentimenti con quelle della morale".
Morale? Esiste una morale nell’inferno embrionale della vecchia Terra? Quale morale? Non la solita morale del cazzo, la morale dei frosci; ma secondo Tinto Brass la morale dei grandi culi tondi rotondi di donna.
“Quelli maschili fanno schifo” soleva infatti commentare Tinto Brass che, rivisto a trent’anni di distanza il suo “CAPRICCIO”, se possibile -  e anche senza il suo consenso rispetto all’attualità del cinema dei nostri giorni – vorremmo professionalmente rivalutare quale regista  cinematografico, e non solo regista dei culi di donna.
 
 
 
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