giovedì 14 luglio 2016

LEVITY

 


La bravura di Billy Bob Thornton e di Morgan Freeman, tiene dignitosamente in piedi una storia inverosimile di pentimento e perdono, che iniziata diciannove anni prima dopo l’omicidio commesso da un ragazzo nel corso di una rapina e la sua condanna all’ergastolo, si trasferisce fuori del carcere a causa della buona condotta tenuta dal condannato ormai uomo maturo che viene rilasciato.
Il protagonista Manual Jordan, interpretato da Billy Bob Thornton,  appena fuori di galera - impegnandosi in un centro sociale - ricerca e conosce la sorella della sua vittima, una ragazza disturbata che riesce ad aiutare e tirare spesso fuori dai guai. 
Il centro sociale è la diramazione della canonica di Miles Evans (Morgan Freeman), ambigua figura sacerdotale che avendo grossi problemi con la polizia, scappa di notte dalla canonica e non vi fa più ritorno.  
Banale storia di criminalità consuetudinaria socialmente organizzata presso ciascuna Nazione nella peggiore forma possibile di Ordine sociale, fin qui più o meno risulta tutto credibile. Ma quando Manual Jordan, che per diciannove anni ha covato dolorosamente dentro di se una forma di pentimento a dir poco irrefrenabile, si intestardisce nel voler essere perdonato a tutti i costi dalla sorella della sua vittima, la quale invece si rifiuta di farlo, la storia di peccato e redenzione che sembra voler fare il verso a Bergman, prende una piega talmente ridicola che riesce a trasformare in ilarità e sgomento, l’atmosfera grigia e nebulosa, affollata da chiaro scuri,  intrinseca in case piccole e buie, scantinati sporchi, chiese che si vorrebbe messe li come trincee in difesa da un mondo esterno malvagio e criminale, di cui invece case, scantinati, chiese e loro frequentatori dimostrano di esserne perfettamente parte integrante. 
La sorpresa è che non c’è alcuna sorpresa e il finale del film arriva esattamente nel punto dove è cominciato, senza che tutto ciò che ci sta in mezzo abbia un senso e una ragione precisa, per cui pur salvandone la dignità dell’interpretazione degli attori i protagonisti, ci si chiede se il significato recondito di levity – titolo di per se assai poco felice per una storia di peccato e redenzione -  non sia invece (per il film)  il più appropriato Inutility.     

 
 
(S.V. “IL CINEMA SECONDO LA CULTURA DELL’UNIVERSO – Recensioni cinematografiche
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