giovedì 21 luglio 2016

COSA VOGLIO DI PIU’



 
 
 
 
Una non troppo bella Alba Rohnwacher, tre vocali e una miriade di consonanti nel cognome, il solito Pierfrancesco Favino -  il brutto del cinema italiano spacciato per bello - e il grasso è bello quando invece è si e no bravino Giuseppe Battiston,  cercano di dipanare la matassa che in realtà si dipana da sola tanta è l’inconsistenza di un film che già nel titolo direbbe quel che è se ci mettessimo il punto interrogativo.
Ci riferiamo ai soldi che il regista Soldini (è solo un caso il giochetto di parole con diminutivo), gli attori e gli altri addetti ai lavori incassano  indebitamente (almeno per quanto riguarda questo film), e ci riferiamo agli squilibri nei rapporti, ai tic nervosi  e agli effetti collaterali che vanno per conto proprio nel nulla, propinati come se fossero  emozioni e sentimenti. Storie di corna, coppie libere, scambismo parziale o cosa? 
Una coppia scombinata che per fortuna dice di poter avere un bambino senza metterlo in pratica – e questa è l‘unica cosa buona del lungometraggio - dove lui non è solo grasso e fesso, ma praticamente cieco, e lei una gran…che il regista ci vorrebbe far credere vittima di un innamoramento specifico extra coppia fissa e convivente, mentre il personaggio di lei, freddo e ticchettante sessualità invisibile e meccanica come un orologio, è tipico del “il primo che viene va bene, anzi benissimo, per metterci su una relazione clandestina sotto gli aspetti igienico sanitari pericolosissima, causa lo scambio di liquidi organici a quattro con il contorno di due bambini, e con l’aggravante che lei prende la pillola per cui non usa il preservativo”.
“E sotto il profilo estetico e dell’etica seppure della domenica, volgarizzata dagli incontri in un primo momento dove capita capita e quindi in squallidi motel da una botta e via”. 
L’altra coppia, marito e moglie con due bambini piccoli, è sicuramente più credibile in un film che stancamente si trascina e ci tira dietro in un noiosissimo prolungamento di scene sessuali  tipiche dei film privi di contenuti, fino a un finale terribile per due personaggi e per due ragioni diverse.  Una riguarda il compagno fisso (o, verrebbe istintivo e irresistibile  scrivere, “fesso”) della fedifraga, l’altra il complice della medesima.  La seconda preoccupazione s’incentra sul “Che fine farà il bagaglio di Favino?”, il quale si era raccomandato all’amante di ritirarglielo, mentre  lei letteralmente scappa dopo aver ritirato soltanto la propria valigia. La prima preoccupazione, la peggiore, è che la Tre Vocali con una miriade di Consonanti nel cognome, abbandona l’amante e probabilmente sta tornando a casa dove, anche non meritandolo, il compagno fisso aveva avuto la fortuna sfacciata di liberarsi di una donnetta da quattro soldi, squallida e mentitrice, nonché - secondo il cinema western e/o della periferia cinematografica metaforicamente “sporca, brutta e cattiva” - e adesso se la ritrova sul groppone che, data la mole di lui, ci sta benissimo. E, dulcis in fundo, non manca la ciliegina sulla torta, in questa occasione sottoforma di mosca sulla propria sostanza preferita,  laddove - mentre già ci riuscirebbe difficile trovare un altro interesse oltre quello del regista, degli attori e degli addetti ai lavori che prendono i soldi - quel tirare fuori l’interesse addirittura nazionale per la solita solfa dell’opera culturale, forse è troppo, davvero troppo per questo film, oppure costituisce semplicemente  vilipendio alla nazione?     


(S.V. “IL CINEMA SECONDO LA CULTURA DELL’UNIVERSO – Recensioni cinematografiche -
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