lunedì 23 maggio 2016

I VIAGGIATORI OSCURI



I VIAGGIATORI OSCURI
Venerdì, 18 Gennaio 2013 – 42.1.37/1.5/2           
Dsui-osder-a-sau!
Il racconto “I Viaggiatori oscuri”, estratto dal Notiziario n.54 (n.10 – 2008), ci viene offerto da Adele, la quale debitamente lo pone all’attenzione della sua scolaresca di asini e di superasini in castigo dietro la lavagna, in quanto descrive con esattezza la natura del viaggio in corso per i negativi invertiti, a cui lei spesso li indirizza in modo assai esplicito e privo di preamboli, com’è nella natura e nella poetica dell’arte drammaturgica teatrale e/o cinematografica.   
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Scena prima: interno nello scompartimento di un treno in movimento. Il Primo Passeggero seduto accanto al finestrino contempla il paesaggio che scorre veloce, e di tanto in tanto sbircia verso un secondo passeggero che gli siede di fronte: una ragazza dagli occhi bellissimi che lo fissano da un volto in parte nascosto da lunghi riccioli  corvini che sfiorano i piercing spillati sul naso e sulle labbra.  Gli altri sedili sono vuoti.
Primo Passeggero: “Dove stiamo andando?”.
Secondo Passeggero: “Questi non sono fatti che ti riguardano”.
Il primo passeggero apre il finestrino per guardare dove si trovano. Inquadratura della ragazza con i capelli al vento che lo osserva con ostentata freddezza.
Primo Passeggero: “Cosa vorresti dire?”. 
Secondo Passeggero: “Spiegami piuttosto cosa intendi per “dove stiamo andando?” ”.
Primo Passeggero: “Vorrei sapere dove è diretto questo treno. Che viaggio è questo?”.
La ragazza estrae dalla borsetta la sceneggiatura del viaggio: “C’è tutto scritto qui. Dov’è il tuo copione?”.
Primo Passeggero: “Non mi è stato consegnato quando sono salito sul treno. Anzi, mi sono trovato qui senza neppure sapere come ci sono arrivato”. 
Secondo Passeggero: “Ma è così per tutti i viaggiatori”.
Primo Passeggero, mostrandosi sorpreso: “E allora come hai avuto il tuo copione?”.
Secondo Passeggero: “L’ho trovato nella borsetta. Tu dovresti averlo da qualche parte. Magari in tasca”. 
Primo Passeggero, frugandosi  e tirandolo fuori da una tasca del giubbotto di pelle: “Hai ragione. Eccolo qui”.  Lo esamina e lo mostra alla ragazza. E’ però insoddisfatto e confuso: “E’ soltanto un  biglietto di viaggio”. 
Secondo Passeggero: “Certo. Cosa avresti voluto che fosse? È la sceneggiatura del viaggio. Il copione. Tra poco verrà il controllore e dovrai mostrarglielo, altrimenti ti beccherai una bella multa”. 
Scena Seconda: sopraggiungono altri passeggeri che occupano i posti liberi dello scompartimento.
Primo Passeggero: “Avete tutti il copione del viaggio?”.
I passeggeri lo guardano con diffidenza: “Certo. Abbiamo il biglietto.  Lei è il controllore?”.
Primo Passeggero: “Non credo. Nessuno mi ha detto che lo fossi”.
Secondo Passeggero (rivolgendosi agli altri viaggiatori): “Oh no, non può essere lui. Non sapeva neppure di avere in tasca il biglietto di viaggio”.
Scena Terza: il Primo Passeggero esce sul corridoio adiacente lo scompartimento. Si accende una sigaretta e comincia a fumare. Guarda gli altri passeggeri rimasti nello scompartimento.
Il Secondo Passeggero, la ragazza dai riccioli corvini e dai piercing, gli sorride attraverso la porta di vetro trasparente. I suoi occhi bellissimi brillano.
Il Primo Passeggero le fa un cenno di saluto. “Adesso vado”.  La ragazza chiede: “Dove?” Il Primo Passeggero traccia l’aria con un gesto vago. Solleva un braccio e sorride indicando un punto impreciso del corridoio.
“Adesso ho bisogno di questo”, dice mostrando il biglietto che il  controllore dovrà perforare e si allontana nel buio.
Tutt’intorno trovò la confusione allegra e tumultuosa dei convegni di piazza, lungo la fiumana possente delle generazioni incastrate l’una nell’altra, incatenate in un viaggio curioso verso il niente. Era come un viaggio mortale di stravagante ubriacatura quando si cercava freneticamente di ignorarlo. Chi più si divertiva erano soprattutto i giocolieri acrobati della notte, le tenebre tracciate in ghirigori pazzeschi più neri del nero, più bui del buio, più falsi dei ciarlatani e dei lettori di tarocchi o dei pittori sublimi.
Tra i viaggiatori c’era un marinaio di una qualche località rimasta priva di acqua, che andava ora in cerca di mare. E gli altri passeggeri andavano anch’essi in cerca di qualcosa, ma non sapevano di cosa. C’era umidità nell’aria buia del viaggio oscuro.
Il Primo Passeggero si era imbattuto nel controllore e gli aveva esibita la sceneggiatura  che il controllore aveva perforata con l’apposita macchinetta dopo aver esaminato il biglietto con affettata attenzione.
“Ora posso andare”, pensava a voce alta il Primo Passeggero: “Adesso posso uscire fuori dal biglietto di viaggio”.    Ma quando provò a farlo, scoprì di trovarsi in una oscurità ancora più fitta e dolorosa. Con le mani in tasca esplorava il treno che non era un treno e non correva, ma stava fermo su se stesso, contratto e dilatato, oscillante e rotatorio. “Dove?”, si chiedeva, ma la ragazza con i piercing e i bellissimi occhi lo aveva seguito nella sua ricerca affannosa e mostrava di saperne meno di lui; e tuttavia si infischiava da dove provenissero, dove si trovavano e dove stavano andando.
“Ok, d’accordo. Siamo qui e veniamo da lì e siamo diretti laggiù”, diceva la ragazza indicando il buio. 
In ogni caso, il Primo Passeggero aveva buttato via il proprio biglietto di viaggio e improvvisamente si sentì libero: “Bè, non credo che sia una grande idea che tu venga da lì e ora ti trovi qui e sei diretta lì, cioè esattamente da dove provieni, okay?”.          
Il Secondo Passeggero, la ragazza, continuava a seguirlo nella sua perlustrazione dei vari scompartimenti oscuri. “Ma che cazzo vai dicendo? Questo non sarebbe un vero treno?”
“Continuo a pensare che non lo sia”, disse il Primo Passeggero: “Il buio è buio e nel buio non c’è altro che buio”.
La ragazza guardò il proprio orologio da polso dal vetro trasparente che fingeva di affacciarsi con i finestrini all’esterno del viaggio.
“Buio”, disse il Primo Passeggero: “Come fuori del finestrino, anche fuori del vetro del tuo orologio non c’è alcun fuori. C’è solo il dentro, il chiuso. Ed è tutto nero perché il nero è dentro. Dentro di noi”.
La ragazza si accarezzò i piercing del naso e poi passò a quelli sulle labbra e infine ai riccioli corvini. “Comincio a pensare che tu abbia ragione in qualche modo”, disse; e adesso che anche lei stava fuori del copione sembrava quasi viva, oppure quantomeno incuriosita e sospettosa come il Primo Passeggero il quale le confidò di avere trentasette anni: “C’era scritto nel biglietto di viaggio e il mio nome dovrebbe essere Scott Qualcosa”.
“Scott cosa?”fece la ragazza.
“Qualcosa”,  ripeté Scott. E allora la ragazza consultò il proprio biglietto di viaggio. “Io mi chiamo Cristine ed ho ventanni”, disse sorridendogli nell’oscurità. Aprì di scatto il portellone che conduceva agli altri vagoni.  Passeggeri salivano e scendevano, continuamente.
“Senza sosta”, precisò Scott Qualcosa per spiegare e rendere meglio la condizione del viaggio.
“Si, si”, disse Cristine :”Senza sosta è perfetto”.
I passeggeri apparivano e scomparivano. Prendevano il caffè e una ciambella e scuotevano il capo, e quelli che poi passavano ai bicchieroni di birra dicevano invece sempre si, bevevano avidamente e sembravano scivolare nel grandi bicchieri e nuotare con affanno come insetti caduti nei fiumi di birra schiumosa sui banconi dei pub. Ma questo non lo si diceva in giro. C’era tanta luce e cose luccicanti  e tutti erano felici. Così si diceva in giro. Lo dicevano le figure nere che parlavano per conto delle autorità che si erano impadronite del  viaggio oscuro e si inventavano un sacco di balle affinché si ignorasse la natura del viaggio . 
“Con i calci in culo non si va da nessuna parte”, diceva Cristine. E invece sembrava che si andasse proprio a quel modo, spinti da quella misteriosa forza motrice che ti spingeva  per gli scompartimenti e i tetri vagoni,  e i passeggeri che più si distinguevano lo dovevano infatti ai piedi o al fondo schiena se erano i più considerati, gli illustri. 
E fu in quel momento che per un attimo Scott Qualcosa ebbe la visione fugace e la proporzione esatta del viaggio, che se ne stava capovolto a testa in giù, nulla nel nulla. Nulla nel nulla tra le banchine dei porti bagnate di pioggia e le fredde onde biancheggianti dei mari lontani. Eppure, ecco, era questo; ed era tutto logico se lo si considerava per quello che era: una messinscena,  una pantomima, una recitazione, un trucco del palcoscenico.
“In realtà, come si vede benissimo, non c’è altro che nero”, osservò Scott Qualcosa.  
Cristine gli disse che era meglio fare come facevano tutti, cioè fingere, e non restare lì a scervellarsi sulla natura di  un viaggio che non era un viaggio.  “Non sei ancora arrivato, quindi non stupirti di non sapere in che cazzo di viaggio siamo finiti”.
Però Scott Qualcosa dubitava che lo si sarebbe mai saputo, se non lo si scopriva durante il viaggio: “Bè, sei sicura che quando si arriva, sapremo da dove siamo partiti, dove siamo stati e dove siamo finiti?”.  
“Non so”, disse Cristine: “Probabilmente hai ragione tu. Forse non lo sapremo mai. Alla fine del viaggio, anche i viaggiatori finiscono”.
Tornarono a sedersi in uno scompartimento di un nuovo vagone in cui c’erano due posti liberi. Cristine si accorse che gli occhi di Scott Qualcosa erano verdi sotto il riflesso artificiale dei lampadari. I viaggiatori stavano recitando una breve preghiera di ringraziamento.  Ma chi stavano ringraziando e per cosa?
“Bisogna scendere a patti, aver fede in ciò che non è, credere in questo o in quello che non sono”, cercò di spiegare Scott Qualcosa: “Ma non ho mai capito bene il significato di questo luogo comune che descrive il mettersi d’accordo”.
“Forse vuol dire che ci daremo appuntamento alla fine del viaggio”, suggerì Cristine.
Si avviarono verso est, e Scott Qualcosa cercava di ricordare ciò che era  scritto sul copione oltre i suoi dati anagrafici. Magari c’era scritto anche di questa ricerca, esattamente del corridoio tortuoso dove il buio era stato lucidato nel punto preciso che conduceva alla biblioteca nella quale si raccoglievano i fantasmi di carta straccia. Nella parte est sorge il giorno. Ma in realtà sorgeva la parte più ingannevole della notte che, ostentandola, fingeva di essere la violazione dell’oscurità angosciosa del viaggio. La disobbedienza . Che costituiva un artificio osceno di diversità nel suo conformarsi invece, segretamente, all’avida produzione del buio che non tralasciava angoli, fessure, preziosi anfratti, nascondigli, piccoli ambienti appartati nell’esibizione pubblica del nulla.
La biblioteca era molto più grande delle abitazioni, e molto più decorativa e ricca di trofei e di titoli, tuttavia gravemente minacciata dai luoghi di lavoro, di ritrovo e di intrattenimento più frequentati dalla fede oscena in cui i viaggiatori fantasma si ritrovavano imprigionati credendosi avvocati, dottori, ingegneri, artisti, amministratori, dirigenti, politici, scienziati, e un’infinità di altre cose, pretendendo di essere  chiamati in conformità (come in una estensione irrefrenabile di gioia criminale del proprio io), cavalieri, commendatori, onorevoli, professori, maestri. Era come dare un titolo alle sedie o ai muri e ai tavoli, ai soffitti, ai cessi, per nascondere ciò che in realtà inevitabilmente si era.
Quel lavoratore è morto e la polizia pensa che ad ucciderlo siano stati quelli del sindacato. Ma qui si va nel dettaglio, nel particolare minuzioso. E difatti, quando veniva ammazzato un cittadino, si sapeva benissimo dove andare a cercare, nonostante il buio, il responsabile. Bastava andare a frugare tra l’immondizia specializzata in amministrazione pubblica, vale a dire in amministrazione contro i cittadini.
E c’erano alcuni passeggeri che andavano strillando in proposito: “Dopo la trovata del silenzio-assenso di imposizioni e altro perpetrato ai danni dei cittadini, a cui i cittadini non possono opporsi perché provvedimenti impubblicati in quanto la pubblica notifica viene eseguita con tutta la riservatezza e il pudore necessari all’ambiente prescelto, appendendo gli atti dietro la porta del primo cesso pubblico disponibile, cioè di quello ministeriale, dove a cagare ci vanno solo gli impiegati, si ruba ai pensionati vecchi e malati per intascare e far intascare ai propri congiunti, ai parenti e agli amici e agli amici degli amici, perfino le detrazioni riconosciute dalla legge sulle tasse pensionistiche, qualora non presentino annualmente una specifica richiesta camuffata da “dichiarazione”, violando clamorosamente la stessa legge istitutiva di tali esenzioni!”
Ma era per dirne solo una di migliaia e migliaia di contraddizioni criminali, di contraffazioni, solo uno degli artifici e raggiri praticati dal sistema di Criminalità Consuetudinaria Socialmente Organizzata per accrescere il bottino e le fosse, gli anfratti, i crepuscoli, le notti fonde.
E ce n’erano altri negli scompartimenti della protesta guidata, che protestavano contro i mostri al governo a proposito di una infinità di problematiche sociali.  Alcuni esponevano dei grossi cartelli recanti svariate denunce e su uno di essi si leggeva a caratteri cubitali: “Mostri bavosi affanculo!”  e in un altro: “Basta con il mettere i cittadini a disposizione dei servivi. Sono i servizi che vanno messi a disposizione dei cittadini!”.
“Tu vedi qui qualche cittadino?”, domandò con ironia Scott Qualcosa,  guardandosi ostentatamente intorno: “In questo viaggio, ci troviamo in una condizione di perfetta illegalità e quindi siamo tutti fuorilegge. Gli individui organizzati in uno stato incostituzionale, sono cittadini incostituzionali e pertanto non sono cittadini ma individui usurpati dall’incostituzionalità”.  E, come per dargli ragione, i mostri bavosi sghignazzavano dagli scompartimenti sontuosi dei privilegi, riservati a chi governa, a chi legifera, a chi giudica e a chi rappresenta,  ghignando scheletrico, disarticolato e balzante, disumanamente incapace di volere e di intendere nell’esercizio delle proprie funzioni.
Cristine avrebbe voluto conoscere il copione di Amanda Inox, di Sollecito, dell’ivorniano Rudy e della povera Meredith che era stata buttata con amichevole violenza giù dal treno, e il cui corpo offeso e sanguinante era rimasto abbandonato, inerte, già preda della rigidità cadaverica ancor prima di ritrovarsi vittima delle memorie e delle investigazioni impietose, proprio là dove i mostri immondi del governo, del parlamento, del giudizio e della rappresentanza disonorevole e i loro mostruosi seguaci, criminali d’appoggio, collaboratori, porta voce e porta borse, si nascondevano come ratti famelici in attesa di cibo.
Scott Qualcosa ammise pensieroso: “Il crimine più efferato, più sconvolgente che sia possibile immaginare, e che viene denunciato in ciascuna delle innumerevoli proteste, non è x, oppure y, e neppure a,b,c,d,e,f,g, eccetera eccetera eccetera nell’inesauribile relativo, nel fondo di un pozzo senza fondo, ma è l’organizzazione sociale di disuguaglianza economica relativa, la Causa. E se questo non è l’universo, sai una cosa? Io credo che ci troviamo in un contenitore di rifiuti  diretto allo smaltimento”.
Cristine gli disse che in tal caso il capolinea avrebbe costituito lo smaltimento.
“Il che spiegherebbe tutto del viaggio”, convenne  Scott Qualcosa: “Però ci sarebbe da considerare che se il capolinea, l’ultima tappa, è un concetto relativo valido per ciascun singolo viaggiatore,  la tappa finale dovrebbe essere il traguardo comune, perché magari i viaggiatori che scendono dal viaggio non scendono affatto e non vanno da nessuna parte, per il semplice motivo che non c’è nessuna parte dove potrebbero andare tranne il rimanere in attesa dello smaltimento comune finale, per cui devono per forza restare sempre qui, intrappolati e nascosti chissà dove”.
“Magari nel deposito bagagli?” rise Cristine.  E Scott Qualcosa rise con lei.              
“Vota si tre volte”, dicevano alcuni passeggeri. “No. Vota no tre volte”, dicevano altri. E altri ancora esortavano : “Un no e due si”. E altri ancora: “Due no e un si”  Si passavano uno con l’altro una siringa ipodermica che gocciolava sangue  e allora Scott Qualcosa e Cristine capirono che stavano parlando di un referendum popolare su alcune nebulose questioni di minore interesse pubblico.
Senza che nessun viaggiatore tranne Cristine gli desse ascolto, Scott Qualcosa cercò di spiegare che per le cose importanti decidevano sempre loro, i mostri immondi dello Stato di Usurpazione, così che legiferavano spietatamente contro i cittadini. Ma qualche volta, per salvare la faccia e ostentare spirito democratico, tiravano fuori la cazzata del referendum su questioni marginali.  In ogni caso, se ci si voltava sulla destra del viaggio,  si vedeva la siringa indirizzarsi da quella parte e se ci si voltava a sinistra accadeva la stessa cosa e la siringa oscillava verso  sinistra. Però nessuno si accorgeva del contenuto che veniva iniettato, ma che era facile immaginare trattarsi di tutte le qualità più perniciose di droghe e veleni conosciuti.
“In pratica la siringa è ovunque”, osservò Cristine. “Forse è soltanto ambidestra”, la corresse Scott Qualcosa, il quale pensava a quei bellissimi occhi neri che lo avevano subito colpito e che ora lo stavano guardando con dolce intensità. “Magari siamo troppo pessimisti nel credere di ritrovarci insieme alla fine del viaggio solo per lo smaltimento dei rifiuti contenuti in un viaggio che non è un viaggio”, disse Scott Qualcosa: “Ma il viaggio è così dannatamente ripetitivo sebbene inizi e finisca singolarmente”.
La sceneggiatura, così come risultava scritta sul biglietto di viaggio, non spiegava proprio niente. In quanto a contenuti, sembrava scritta da un idiota o da qualcuno poco più che analfabeta. Lui prevedeva di discutere con Cristine del motivo per cui si erano incontrati. “Il nostro incontro è scritto nel biglietto”, disse però Cristine, prevenendolo. Così che non c’era proprio niente di cui parlare. Eppure Scott Qualcosa era assieme a una ragazza bellissima e dagli occhi stupendi che sembravano  brillare come stelle ravvicinate nel buio del viaggio.
Ma quando esternò il suo pensiero, Cristine gli disse che lui non era da meno: “Anche tu sei così. Non ho mai incontrato prima d’ora uno come te”.
Nelle facce dei passeggeri,  c’era invece una orribile smorfia deforme e nei loro occhi lo stesso buio profondo del viaggio oscuro. Scott Qualcosa pensava che ciò che lo bloccava era il fatto che lui non sapesse chi fosse, mentre Cristine sembrava accettasse tutto supinamente, perché in realtà non era lì, non esisteva: forse era lui a darle immagine e movimento.  Quando lei era seduta, lui invece stava in piedi passeggiando nel vuoto.  E quando era lui a sedersi accadeva l’inverso.  Semplicissimo.  E così pensò alle tenebre che componevano l’oscurità. Nate soltanto per invecchiare, ammalarsi e morire, le tenebre appaiono e scompaiono nell’oscurità profonda, che conferisce loro forma e significato, a sua volta da esse formata come un treno gremito di viaggiatori e di cui si ignora da dove provenga, dove si trovi e dove sia diretto, composto da precisi seppure in apparenza incalcolabili scompartimenti e soggetto a fermate continue e incessanti che corrispondono esattamente al numero dei viaggiatori che continuamente e incessantemente salgono e scendono. 
Eppure non si poteva dire che egli si trovasse lì per caso. Ce lo avevano messo quelli venuti prima di lui, quelli che erano saliti e poi scesi, a loro volta preceduti da altri e da altri seguiti in modo di garantire la continuità del viaggio tenebroso.  
La rigidità delle ombre dava ai loro movimenti fluttuanti,  una nota di superbia e di sfida.  Ma poteva trattarsi di un effetto del buio. Come le voci e le parole che non si sapeva da dove provenissero. A volte da altre parti, da tutte le parti del percorso, perfino dai brandelli di esistenze drammaticamente inesistenti senza il nulla della notte buia.
Ma adesso aveva bisogno di conferme. Chiese allora a Cristine se si sentiva di andare con lui a vedere cosa ci fosse oltre i finestrini e il vetro trasparente degli orologi.
Cristine gli rispose di si. Però Scott Qualcosa le disse che prima voleva che facessero l’amore. Doveva accertarsi di essere dentro a un corpo animale e ad una immagine  come tutte le tenebre. E perciò, subito dopo averlo detto, sorse dentro di lui il dubbio: Amore? Ma quale amore? Quello dei roditori che quando si trovano nei pressi di un potenziale partner, emettono dei strani suoni come se cantassero? Oppure quello degli invertebrati, dei vermi che si accoppiano per divorarsi l’uno con l’altro?
“Ho capito. Vuoi scopare”, commentò senza preamboli Cristine: “Però dobbiamo trovare un posto adatto”.
Il posto adatto era il bagno, in cui si rinchiusero e, quando cominciarono a baciarsi e accarezzarsi, Cristine gli disse che una scusa così non le era mai capitata prima. “Hanno cercato di sedurmi in tanti modi. Ma tu sei stato geniale. E’ la prima volta che sento una cazzata del genere”.
“C’è sempre una prima volta. Per ogni cazzata”, le rispose Scott Qualcosa, divertito, ma  con voce sussurrante: ”E questa mia osservazione, che non è davvero la prima volta che viene avanzata tanto è trita e ritrita, è una cazzata ancora più grossa”.
“Amen” concluse ironica Cristine.
Più tardi riuscirono ad arrampicarsi sulla tettoia del treno, il che fu molto più agevole del previsto, perché il treno non era in movimento, ma sembrava perfettamente immobile, incastrato in un quadretto paesaggistico verniciato di colori che a poco a poco si rivelarono di un solo colore nitido e profondo, il nero della notte. 
L’aria era frizzante sebbene l’acqua fosse torbida e il pantano in cui ci si immaginava snodarsi il rettilineo, fosse per tre quarti melma vischiosa. Ed ecco altri ricordi altrettanto melmosi che scivolavano con loro sulla interminabile tettoria del viaggio. Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti…Il ricordo del passeggero dedito agli studi storici, sembrava stupefatto e simultaneamente trionfante. “Finalmente ho scoperto chi li ha ammazzati. I trecento”.
“Ah, davvero?!” Esclamarono all’unisono le memorie dei viaggiatori che gli sedevano accanto. “Proprio così’”, disse il ricordo del viaggiatore dedito agli studi storici: “E’ stata la gente per la quale i trecento erano disposti a morire pur di liberarla. Cioè l’insieme di una ipotesi di prospettiva nulla”,
“Ed è inevitabile che l’insieme di una ipotesi di prospettiva nulla, non può che uccidere, semplicemente esponendosi in quanto asservita ad ogni potere, pronta a schierarsi con il più forte anche se usurpatore e nemico, oppure in quanto  assenza quando necessiti lottare contro il nemico usurpatore”, convenne dichiarandosi perfettamente d’accordo la memoria di un viaggiatore professore di una qualche disciplina astrusa in una rinomata università. Oggigiorno, o meglio ogginotte, a causa del progresso del Male, e quindi del malgoverno, dell’analfabetismo intellettuale e dell’ignoranza, le discipline e le facoltà universitarie sono in una fase di moltiplicazione perversa irreversibile, e pertanto praticamente incalcolabili quanto i ministri e i vice e i vice dei vice e i vice dei vice dei vice e….così di seguito. 
“Se lotti per liberarla dall’oppressione e dai soprusi, lei si schiera con il nemico, ti tradisce, ti lascia solo  e  finisci per fare la fine dei trecento. Ed eccola la gente, la vile creatura, l’incosciente fuggire dai valori della vita, dell’umanità  e della giustizia, optando per il nascondiglio del proprio sepolcro”, il ricordo di Scott Qualcosa mostrava l’immane mostruosa creatura, l’organizzazione sociale del crimine, lo spirito del male, il vuoto e il nulla, il tutto e il niente, la Bestia, sollevarsi dalle macerie di se e nutrirsi delle proprie interiora sanguinolente, come una iena in punto di morte o un tenebroso buco nero.      
“Non si vede quasi niente”, disse Cristine: “Però il treno è fermo”.
“Siamo su un binario morto”, annunciò Scott Qualcosa come se stesse assumendo l’identità e le funzioni di un capotreno e, per la prima volta, guardandosi negli occhi, egli e Cristine scoprirono con orrore, ciascuno nell’altro, il proprio se stesso e il volto…l’orrido teschio. Ma ciò che davvero li accomunava, fu il ghigno…. 
Scena finale.  Buio. Nero. Oscurità totale. La voce di Cristine: “A questo punto potrei tagliarmi le vene o farmi una overdose”.
La voce di Scott Qualcosa: “Non riusciresti neppure così a sapere dove si nascondono i passeggeri scomparsi. E neppure te stessa”.
“E  allora che cazzo facciamo?”: la voce di Cristine.
“Rientrare nel copione”: la voce di Scott Qualcosa.
“Credi che ci riusciremo?”: la voce di Cristine.
“Certo. Ammesso che ne fossimo usciti, potremmo rientrarci. In fondo,  siamo noi il viaggio”. La voce di Scott Qualcosa.
Dettaglio, zoom, primo piano, inquadratura del buio che lentamente sfuma. Lo schermo si spegne. Fine.
(S.V. “IL MONDO ALLA ROVESCIA – Libro Quarto (2013/2014) – ” A full rights reserved Copyright © by Collezione Opere di Cultura dell’Universo, di Letteratura, Scienze e Scrittura creativa. Vetrina: Blog di Sergio Valli    http://vallisergio.blogspot.it/  Official Page Facebook: “Sergio Valli Roma”. Twitter: “Sergio Valli @Universalesimo. Pinterest/Pin It. “Bacheca: Blog di Sergio Valli”. Archivio: www.Radioland.it  N.B. E’ ammessa la riproduzione anche parziale dei testi purchè ne venga citata la fonte)

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