lunedì 9 maggio 2016

DOVE ERAVAMO RIMASTI



Il regista Demme trova nella solita Meryl Streep l'interprete giusta per far funzionare una storia stucchevole e assai sbiadita, vista e rivista  innumerevoli volte sul grande schermo.
       
Rick (Meryl Streep) è la front woman del residuato storico di una diroccata, polverosa e rovinosa band rock che entusiasma la sera in un locale conforme e adeguato al rovinoso residuato storico e ad un altrettanto vecchio e decrepito pubblico di pochi appassionati; e di giorno per sopravvivere lavora come cassiera in un market.
Non è più giovanissima, secondo i Tolomeo della critica ufficiale; in realtà è una già rugosa e attempata ex moglie e madre di famiglia ormai prossima alla vecchiaia, che da molti anni ha abbandonato il marito e i tre figli per inseguire il suo sogno musicale.
La rottura del matrimonio della figlia Julie, la quale va in crisi e tenta di suicidarsi, la spinge “a tornare a casa”, ovvero a far visita (perché altro non si nota del film)  all’ex marito che vive con una nuova compagna in una lussuosa villa.
L'incontro con una prole ormai adulta, che si e no la riconosce  -  il che risulta comunque una grossolana forzatura  tipica del perbenismo ipocrita americano,
perché per i figli abbandonati poco più che in fasce
una madre del genere non può essere niente di più che una perfetta sconosciuta – è estremamente scontato, reiterativo  e burattinesco: poco ci manca che non si riesca nemmeno a nascondere i fili delle marionette tirati dal burattinaio.
Oltre alla figlia sciroccata e in crisi per il fallimento matrimoniale, ci sono due figli perfettamente   standardizzati, imbolsiti e imbambolati, in uno dei quali emerge l’immancabile gay della classica famiglia statunitense alla moda dei nostri giorni e ormai parte immancabile del sogno americano.
Jonathan Demme gode fama di essere un buon regista, il che non ci sorprende visto l’ambiente hollywoodiano oggi flagellato dall’ignoranza professionistica e dal professionismo  dell’incapacità dell’intendere e del volere,  per cui affascinato dallo script di Diablo Cody che gli forniva l’occasione di tornare a tradurre la musica in immagini, deve avere anche intuito immediatamente che la storia di base era di quelle già viste e riviste  innumerevoli volte sul grande schermo, il che nel mondo delle Copie conformi e del ricalco degli Aborti di vita e dei rifiuti umani, significa sicuro successo di cassetta vista la potenziale marea di incapaci pronti ad affollare le sale cinematografiche per cibarsi del proprio prodotto preferito, e qui -  preceduta da tre puntini e dall’articolo “la” -  la parola “merda” ci sta tutta visto il contesto. 
Una ex moglie e madre  abbandona la propria famiglia ed è “costretta” dalle circostanze a farvi ritorno dopo molti anni, in un film in cui tale ritorno non è niente più di una visita di fine settimana assai poco sensata e credibile.
I sensi di colpa e i buoni diritti della moglie e madre che torna a far visita alla sua famiglia, pubblicizzati dai Tolomeo della critica, non li abbiamo visti. Tutto appare reiterato, superficiale  e scontato e la noia è mortale.
Perfino l’annosa e stantia bravura di attrice di Meryl Streep (che all’occasione suona e canta e il suo inevitabile “ce la suona e ce la canta” ci sta a pennello!), finisce per appesantire e accrescere mediocrità e  noia,  perché si sono sprecati fiumi di parole nel corso dei decenni per dire quanto è brava Meryl Streep e si finisce con il doverlo dire e ridire  per abitudine e magari mentendo per l'ennesima volta, in un contesto dove la musica più che armonia è rumore,  rumore chiassoso,  che diviene assordante a volte passando dal country dell'altmaniano Radio America al rock stracarico di forzata, sgradevole  e poco naturale energia; e il doloroso carico degli anni e dei sentimenti di una madre degenere, non si vede  affatto, ne si vedono nel frastuono assordante i sensi di colpa e di rimorso per il proprio fallimento familiare ed esistenziale  che una madre dovrebbe possedere oltre la volgarità e la banalità della propria storia.
Il personaggio della figlia Julie è affidato all’interpretazione di una attrice piuttosto bruttina  ma figlia d’arte anche se “assomiglia tutta al padre” direbbero i soliti maligni , trattandosi di Mamie Gummer che è figlia di Meryl ed ha seguito le sue orme di attrice cinematografica.
In questo clima tipico del cinema di cassetta, il  regista Demme non dimentica la politica e furbescamente porta sullo schermo una Rick (Meryl Streep)  che ha votato due volte per George W. Bush, che non pronuncia neppure il nome di Obama e che di fronte al figlio gay non ha un atteggiamento iniziale di comprensione.
E nell’immaginario collettivo gestito dalla peggiore forma di analfabetismo intellettuale in vigenza, il professionismo dell’incapacità dell’intendere e del volere, l’idiozia generale espressa dalle Copie conformi e del ricalco, risulterebbe per i poveri Tolomeo,  ruga dopo ruga in conformità a quel “senso di umanità profonda in cui errori e capacità di riconoscerli finiscono con il coesistere. Perché come diceva Giorgio Gaber (per rimanere sempre in ambito musicale) "L'uomo è quasi sempre meglio rispetto alla propria ideologia".
Per stare in tema, testo virgolettato ripreso letteralmente dai Tolomeo scomodando dalla tomba un Gaber  più morto da vivo che da morto, il quale Gaber si è soltanto  scordato di precisare soggiungendo…se l’uomo del pianeta Terra fosse un uomo e non un aborto e un rifiuto umano, in altre parole una fogna!
E qui, il fiocco bianco in memoria dei bambini violentati e assassinati da voi adulti, ci sta anch’esso tutto se ve lo legaste intorno al collo e vi ci strozzaste in attesa dell’eterno pianto e dello stridor dei denti dell’Inferno che inesorabile vi spetta e vi aspetta uno per uno sul vostro letto di morte…



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